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O N D A Z I O N E
CARLO CAETANI DELLA FARGNA
Ufficio stampa
Giulio Lizzi
Tel. 339/8293562
e-mail:
fondazione.fargna@diocesi.perugia.it
COMUNICATO STAMPA DEL 22/03/2005
OLTRE 400 GIOVANI ALL’INCONTRO SU “VIOLENZA TELEVISIVA E
MINORI” ORGANIZZATO DAL CENTRO PER LO STUDIO E LA
PREVENZIONE DEL DISAGIO NELL’INFANZIA
«LE
FICTION TELEVISIVE E I TELEGIORNALI
SONO COLPEVOLI DI SPETTACOLARIZZARE
LA CRONACA NERA E PRODURRE ASSUEFAZIONE
DEI MINORI ALLA VIOLENZA»
In che misura la violenza televisiva incide sui
comportamenti dei minori? Ad affrontare questo argomento è
stata la massmediologa Agata Gambardella Piromallo,
direttrice dell'Osservatorio su “Violenza, media e minori”
dell’Università degli studi di Salerno, nel corso di un
incontro sul tema “Violenza televisiva e minori”, tenutosi
il 21 sera a Perugia e organizzato dal Centro per lo studio
e la prevenzione del disagio nell’infanzia dell’Archidiocesi
di Perugia-Città della Pieve, al quale hanno partecipato
oltre 400 studenti delle Facoltà umanistiche dell’Ateneo
perugino.
«La colpa più grave della televisione di oggi – ha spiegato
la prof.ssa Piromallo – è la spettacolarizzazione della
violenza, la tendenza a rappresentare vicende violente con
l’uso degli effetti speciali che rendono gradevoli dal punto
di vista dell’intrattenimento. Questa pratica che un tempo
era confinata ai film, oggi si estende ai telegiornali, che
ricercano sempre più spesso una rappresentazione
esteticamente perfetta della cronaca nera. Una sorta di
“spot pubblicitario della violenza” che provoca nei minori
un doppio effetto: da un lato la banalizzazione e quindi
l’assuefazione alla violenza, dall’altro il desiderio di
riviverla, di riprodurla nella realtà».
Floriana Falcinelli, direttrice del Centro per lo studio e
la prevenzione del disagio nell’infanzia (il cui materiale
di studio è reperibile sul sito internet
www.fondazione.fargna.it), ha spiegato che «si assiste a una
circolarità della violenza che parte dalla realtà per
passare attraverso la televisione e poi tornare di nuovo
alla realtà attraverso l’emulazione dei comportamenti. I
bambini sono perfettamente in grado di riconoscere la
violenza reale da quella rappresentata, ma questo non basta
evitare il rischio della assuefazione, della accettazione
della violenza come fatto “normale”».
«La Chiesa è sempre stata attenta al problema dei media
come mezzi di diffusione dei significati che contribuiscono
a formare un’idea di uomo – ha ricordato l’arcivescovo mons.
Giuseppe Chiaretti, intervenendo all’incontro –. E’
indispensabile conoscere i traumi che la violenza televisiva
provoca e dare la possibilità ai bambini di esprimere
verbalmente le emozioni perché imparino a controllarle,
esaudire la loro richiesta di dialogo con gli adulti, come
quella bambina che chiese “Mamma, quando posso parlare con
te?”.
G.L./ |
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