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Indirizzi regionali per l’attuazione della L.285/97 Triennio 2000-2002Riparto dei fondi anno 2000
Lo Schema di Decreto del Ministro della solidarietà sociale per il riparto del fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, approvato dalla Conferenza Stato-Regioni il 22 giugno c.a., assegna alla Regione Umbria L. 3.195.945.000 per l’anno 2000, nelle more della approvazione definitiva dello stesso; L’Art. 2. della Legge prevede che le Regioni nell’ambito della programmazione regionale, definiscono ogni 3 anni gli ambiti territoriali di intervento e procedono al riparto delle risorse economiche. Gli Enti locali, ricompresi in tali ambiti, mediante la stipula di accordi di programma tra i soggetti istituzionali impegnati sul terreno delle politiche dell’infanzia, formulano, assicurando la partecipazione delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale, Piani territoriali di intervento triennali articolati in Progetti immediatamente esecutivi; La legge assegna inoltre alle Regioni il compito di esercitare la valutazione sullo stato di attuazione degli interventi, sulla loro efficacia, sugli obiettivi conseguiti e sulle misure da adottare per migliorare le condizioni dell’infanzia nel rispettivo territorio. Sulla base della valutazione dello stato di realizzazione dei Piani territoriali nel primo triennio e preso atto del parere espresso dai rappresentanti degli ambiti territoriali, sono stati individuati, ad integrazione degli Indirizzi regionali per il triennio 1997-99 ( Delibera di Consiglio Regionale n. 559 del 24.6.1998 ), gli obiettivi e i criteri per la predisposizione dei Piani territoriali per il triennio 2000/2002, nonché le Schede A e B per la presentazione dei Piani e dei Progetti, che sono contenuti nell’Allegato 1 che fa parte integrante del presente atto; Per quanto non modificato con i suddetti criteri vale quanto previsto nella Delibera di Consiglio Regionale n. 559 del 24.6.1998 e nella DGR n. 5886 del 14.1.1998. Al fine di facilitare una programmazione di ambito integrata si è reso necessario uniformare gli ambiti territoriali della legge 285/97 a quelli definiti nel Piano sociale regionale, con DGR n. 120 del 17.2.2000, su cui è stato espresso parere favorevole dal Presidente del Consiglio delle Autonomie locali in data 11.7.2000 (prot. 8568). Gli enti locali presentano i Piani territoriali di ambito contestualmente ai Piani di zona. E’ possibile tuttavia presentare contestualmente al Piano di zona la progettazione generale di Piano territoriale (scheda A) e le specifiche dei Progetti dei Servizi/Interventi che si intendono realizzare (scheda B), entro due mesi dalla data della Delibera di Consiglio Regionale di approvazione degli Indirizzi e criteri di programmazione degli interventi e del riparto dei fondi; Per la ripartizione del fondo tra gli enti locali si propone di mantenere i medesimi criteri individuati con la citata Delibera di Consiglio regionale n. 559 del 24.6.1998, e cioè: – Il 5% pari a Lire 159.797.250 impiegati direttamente dalla Regione per attività di supporto tecnico, formazione e scambio interregionale; – Il 20% pari a Lire 607.229.550 per : Progetti integrati e interambito di contrasto all’abuso minorile per l’affido e l’adozione; Progetti integrati per la creazione di Centri per le famiglie; Progetti di ambito per il coordinamento tecnico e al qualificazione dei servizi per l’infanzia – Lire 30.000.000 da assegnare a ciascuna delle due Province per Progetti afferenti a più ambiti territoriali da realizzare attraverso accordi di programma con gli ambiti – La restante somma di Lire 2.368.918.200 a favore dei Comuni capofila dei dodici ambiti territoriali, suddivisa in rapporto alla popolazione minorile residente ponderata a favore del Perugino, del Ternano, della Valnerina e dell’Orvietano in relazione a criteri di riequilibrio territoriale. La ripartizione dei fondi è contenuta nell’Allegato 2 che fa parte integrante del presente atto. Si specifica altresì che per un efficace attuazione della legge risulta necessario che tali finanziamenti non sostituiscano quelli previsti da altre leggi o non finanzino interventi già finanziati. Si propone inoltre che, qualora il fondo assegnato a ciascun ambito non fosse utilizzato, nel caso di non presentazione o approvazione o realizzazione del Piano territoriale o di singoli Progetti, la quota non spesa sarà ripartita secondo i succitati criteri tra gli ambiti territoriali o all’interno dello stesso ambito. Si ritiene altresì necessario sottoporre all’approvazione del Consiglio Regionale il presente atto unitamente agli Allegati che ne formano parte integrante e sostanziale.
ALLEGATO 1
Obiettivi e criteri per la presentazione dei Piani territoriali e la progettazione dei servizi socio-educativi per l’infanzia e l’adolescenza.
1. Obiettivi
2. Caratteristiche dei Piani territoriali e dei Progetti
3. Attività regionale di monitoraggio dei Piani territoriali, supporto tecnico, formazione e scambio interregionale
4. Progetti di coordinamento tecnico e qualificazione dei servizi
5. Servizi e interventi per il tempo libero e la città educativa
6. Progetti per la realizzazione di Centri per le famiglie a supporto delle funzioni genitoriali e delle relazioni intergenerazionali.
7. Servizi e interventi per l’inserimento sociale dei minori immigrati
8. Azioni in materia di maltrattamento, violenza e abuso sessuale verso le donne e l’infanzia.
1. Obiettivi
Attraverso l’attuazione della legge 285/97 e sulla base delle indicazioni emerse dall’analisi della realizzazione dei Piani territoriali nel primo triennio si intende operare prioritariamente per perseguire i seguenti obiettivi:
1.
Superare una programmazione
prevalentemente basata su Progetti verso una programmazione di ambito, che
includa tutti gli interventi per l’infanzia, l’adolescenza e le famiglie con
figli minori realizzati nel territorio, anche se non finanziati con la Legge
285/97.
2.
Dare continuità e potenziare i
servizi attivati: servizi a gestione intercomunale - Rendere più consistente e continuativa l’offerta di servizio, in termini di tempi di apertura, di attività e di presenza degli operatori. 3. Realizzare una progettazione integrata tra assessorati ed enti diversamente competenti in materia di infanzia favorendo l’interazioni fra aspetti sociali, educativi, culturali, sanitari , urbanistici, nella attuazione degli interventi. 4. Garantire per ogni ambito, accanto alle funzioni di raccordo progettuale, amministrativo e di monitoraggio svolto dal responsabile di ambito, funzioni di coordinamento tecnico dei Progetti/Servizi, che ne assicurino il funzionamento, la presenza della formazione permanente, la valutazione di qualità e la programmazione periodica delle attività. 5. Sviluppare e coordinare interventi di contrasto al disagio con particolare riferimento ai temi dell’abuso, dell’immigrazione, dell’adozione e dell’affido realizzando interventi integrati e servizi in rete.
2. Homepage dei Piani territoriali e dei Progetti e ammissibilità
I Piani territoriali dovranno contenere: un’analisi delle problematiche emergenti relative alle condizioni dell’infanzia dell’adolescenza e delle famiglie con figli minori; i servizi e gli interventi realizzati; le finalità e priorità generali della programmazione triennale di area; i servizi ed interventi che si intendono realizzare (ex legge 285/97, ex Piano sociale regionale o altre fonti di finanziamento) con relativi costi e fonti di finanziamento. I Progetti dei servizi e degli interventi devono contenere le informazioni già indicate nella delibera di Consiglio regionale citata ed essere immediatamente esecutivi. Per facilitare la stesura del Piano si allegano le schede A e B, che costituiscono la guida alla predisposizione dei Piani e dei Progetti, comunque finanziati. Oltre ai requisiti di ammissibilità già indicati nella già citata Delibera di Consiglio regionale, si richiede che il Piano contenga la programmazione generale di area.
3. Attività regionale di monitoraggio dei Piani territoriali, supporto tecnico, formazione e scambio interregionale
L’attività regionale di monitoraggio e supporto tecnico ai Piani territoriali di intervento si svilupperà, anche in collegamento con le due province, attraverso la realizzazione delle seguenti azioni formative, informative e di ricerca: Ÿ Sperimentazione di un modello di monitoraggio dell’attività dei servizi. Ÿ Sperimentazione di modalità di valutazione della programmazione di ambito. Ÿ Ciclo di seminari di formazione per coordinatori tecnici dei servizi e coordinatori degli ambiti. Ÿ Cicli di seminari di formazione per operatori dei servizi per l’infanzia (servizi integrativi al nido; servizi per il tempo libero e per la città educativa, comunità residenziali per minori), nelle modalità dello scambio interambito e interregionale. Ÿ Programmi di informazione e sensibilizzazione. Ÿ Programmi di formazione a supporto della creazione del sistema si servizi in rete per il contrasto e il trattamento dell’abuso minorile, per l’affido e per l’adozione, nelle modalità dello scambio interregionale. Ÿ Partecipazione ai corsi di formazione interregionali proposti dal Centro nazionale di documentazione sull’infanzia.
4. Progetti di coordinamento tecnico e qualificazione dei servizi
In considerazione della necessità di supportare e potenziare le funzioni del Comune capofila di coordinamento tecnico e verifica dell’attività, si ritiene utile favorire l’acquisizione di una figura di coordinamento tecnico da parte degli ambiti territoriali che ne sono sprovvisti. A tale scopo si propone la realizzazione di Progetti di qualificazione dei servizi attivati nell’ambito territoriale, consistenti nell’attuazione di funzioni di coordinamento, programmazione, monitoraggio dell’attività socio educativa svolta dai servizi/interventi, attraverso: – l’acquisizione di una figura professionale specifica, il coordinatore pedagogico dei servizi per l’infanzia e l’adolescenza. Tale figura, di profilo socio psico pedagogico, in possesso di laurea attinente a tale profilo, svolge le funzioni di programmazione dell’attività dei servizi; monitoraggio della qualità e valutazione; definizione di programmi di formazione e organizzazione della formazione; raccolta di informazioni a supporto del sistema informativo territoriale; presenza periodica nei servizi e supporto tecnico agli operatori; realizzazione di azioni di sensibilizzazione e promozione. Il finanziamento è assegnato al Comune capofila degli ambiti territoriali i cui Comuni sono sprovvisti di personale che svolge tali funzioni. Il Comune capofila espleta le procedure per l’acquisizione di dette figure professionali. – La realizzazione di attività di supporto tecnico, formazione, valutazione, documentazione, sulla base della presentazione di specifici progetti.
Il finanziamento regionale è assegnato fino a un massimo dell’80% del costo complessivo, e erogato al Comune capofila che realizza le funzione e attività suddette per tutto l’ambito territoriale. Esso sarà erogato per il 40% all’avvio del Progetto, cioè all’atto della affidamento dell’incarico o dell'avvio delle attività da parte del Comune capofila, e per il 60% dopo 6 mesi.
5. Progetti per la città educativa e servizi ed interventi per il tempo libero
La città educativa
Promuovere una città educativa è ben lontano dal costituire un fatto spontaneo e ciò perché si è ancora fortemente condizionati da una mentalità prettamente adultistica che, nonostante l’opera di sensibilizzazione istituzionale, è ancora presente. Certamente, come già sottolineato dagli indirizzi regionali di attuazione del precedente triennio della legge 285/97, la città ha in sé stessa importanti elementi per la formazione dei propri cittadini e soprattutto delle giovani generazioni. La funzione educativa della città è quindi intrinseca ad essa, ma necessita di essere esplicitata attraverso l’acquisizione di azioni e attività che permettano la formazione dei propri abitanti, partendo dalle bambine e dai bambini. La sua qualifica di "soggetto formativo" sarà rivelata dagli spazi resi disponibili, dagli avvenimenti, anche festosi, che saranno programmati e soprattutto, dalle attenzioni riservate alle nuove generazioni, dunque dalle disponibilità d'animo e dagli atti concreti che gli adulti più sensibili, e quelli più dotati di potere, riserveranno ai cittadini più piccoli. Vivere la città come dimensione educativa significa accostarsi al suo passato e al suo presente con interesse e curiosità. Ciò è tanto più possibile ad un giovane se è coinvolto in un grande gioco permanente fatto di molte opportunità, di precise regole, di percorsi capaci di portare a significative scoperte. E’ in primo luogo necessario riconoscere la cittadinanza delle bambine e dei bambini e permettere loro di essere riconosciuti come cittadini portatori di diritti da esercitare. La città educativa è quella città che fa proprio questo “bisogno”, ma soprattutto che tramuti questo “bisogno avvertito” in “bisogno espresso” che è rivelato grazie all’implementazione di atti concreti. E’ necessario quindi fissare delle condizioni necessarie e sufficienti che permettano ad esempio la sperimentazione dei diritti, l’ideazione di processi di formazione alla cittadinanza ed alla partecipazione. In ogni caso, pregiudiziale alla esplicitazione della funzione educativa della città è la capacità da parte degli attori coinvolti a fare in modo che tali tematiche siano oggetto di percezioni problematiche e quindi azioni che necessitino dell’azione pubblica. A questo punto la città educativa può realmente offrirsi, come un manuale per conoscere e ricostruire la storia, i percorsi di mutamento ambientale e i segni dell’organizzazione economica e sociale. Perseguire consapevolmente l'obiettivo di formare un cittadino della propria città, che sia un cittadino del mondo, è un obiettivo educativo di grande portata. Questo obiettivo è tanto più grande da non poter restare racchiuso dentro le agenzie educative classiche: la famiglia e la scuola; ma comporta un allargamento degli attori coinvolti, nella sostanza, l'azione concreta degli amministratori, dei professionisti, operatori sociali ed economici. L'esigenza di un allargamento dell'impegno educativo sorge, da un lato, dalle difficoltà dell'istruzione formativa principale di assolvere a tutti i compiti che sono oggi necessari e dall'altro dall'esigenza di scommettere in nuove forme sull'educazione. Sappiamo che i bambini e i ragazzi posti in grado di avanzare idee e proposte, dopo avere avuto adeguate informazioni, diventano estremamente creativi e concreti. Oggi, infatti, una gran parte degli spazi delle nostre città sono pensati per un utilizzo esclusivo dei cittadini adulti, ben pochi luoghi rispondono alle necessità dei ragazzi, mancano gli spazi di gioco, di relazione, di autonomia, nei quali sperimentare responsabilmente le proprie competenze e vivere con sicurezza l'avventura del diventare "grandi". E' necessario invertire questo processo, è urgente avviare un ripensamento della città che coniughi i diritti dei bambini, con i temi della riqualificazione urbana e dello sviluppo eco-sostenibile delle nostre città, ed è importante avviare questo percorso insieme alle generazioni più giovani, dando vita ad occasioni che favoriscano il loro coinvolgimento. Per avviare questo percorso i ragazzi e le ragazze hanno bisogni di adulti consapevoli, preparati, maturi, capaci e disponibili. Adulti disposti all'ascolto, all'osservazione. Sono diverse le figure adulte che vanno impegnate attorno e attraverso un percorso di ripensamento della città e dell’azione educativa, adulti che si debbono considerare e diventare effettivamente dei facilitatori. Il che non significa una riduzione del loro ruolo educativo, ma un suo rafforzamento in quanto precisamente a impegnati rendere attivi sensibilità, desideri, competenze.
Destinatari
Bambine e bambini, operatori pubblici e privati, amministratori, insegnanti, genitori e cittadini
Finalità
Gli interventi per la città educativa sono finalizzati a:
Creare luoghi, occasioni, modalità che consentano ai soggetti di governo della città e alle agenzie che si occupano di bambini di coinvolgerli nei processi decisionali che più direttamente li riguardano o che hanno una ricaduta sulla loro qualità della vita.
Creare forme stabili ed efficaci di coordinamento degli interventi sociali, educativi, urbanistici, ambientali, economici, culturali al fine di realizzare azioni di modificazione della città in senso educativo, ma anche in grado di valutare l’impatto e ricaduta che ogni azione decisionale ha sulla qualità della vita delle bambine e dei bambini.
Rendere la città fruibile in relazione ai problemi di sicurezza, accessibilità, e percorribilità, al fine di consentire una mobilità autonoma dei bambini, forme di gioco libero e di incontro tra coetanei. Una città in cui è possibile una buona qualità della vita dei bambini e certamente una città migliore per tutti.
Fare in mondo che gli spazi della città siano aperti alla presenza dei bambini e siano disponibili per il gioco e per la socializzazione sia tra coetanei e con le altre generazioni.
Conoscere la città, attraverso la scoperta delle sue tradizioni, delle sue piazze e delle sue storie per ricostruirne il suo sviluppo nel tempo e per sentirsi partecipi di questo percorso e parte della sua storia.
Modalità di realizzazione
Gli interventi per promuovere la funzione educativa della città sono diversi per tipologia, intensità, soggetti a cui si rivolgono, modalità di realizzazione, aspetti e operatori coinvolti e si definiscono di volta in volta sulla base di esigenze di programmazione e qualificazione espresse in relazione alla qualità della vita e agli spazi della città. Non è dunque possibile prefigurare livelli d’intervento, anche perché si tratta di azioni di carattere innovativo e sperimentale, che si possono sviluppare e mantenere una continuità in relazione alla loro capacità di intervento, coinvolgimento e di progettazione collettiva che sono in grado di mostrare. Esse prevedono inoltre una consistente trasformazione delle modalità di programmazione e di realizzazione dei programmi di governo locale in direzione della trasversalità e del coordinamento per gli interventi per l’infanzia.
Si possono tuttavia elencare alcuni tra gli interventi possibili:
a) Programmi, spazi e iniziative per i bambini in musei, biblioteche, luoghi di produzione culturale e artistica, delle agenzie di informazione, di associazione di forze sociali, di soggetti economici, ecc. (ad esempio produzione di materiale informativi e di documentazione costruiti per bambini, realizzazione di laboratori, di itinerari, spazi e proposte di accoglienza, anche in luoghi non destinati specificatamente all’infanzia, creazione di attività di gioco e di tempo libero, anche organizzate dalla scuola, negli spazi esterni alla scuola, nei quartieri della città, ecc.). Oggi la possibilità per i bambini di vivere la dimensione culturale della propria città è sempre più difficoltosa, spesso mancano luoghi nei quali avere contatto con gli aspetti storici, artigianali e ambientali, che rappresentano un'esperienza importate per costruire la propria identità e le proprie radici. Questa azione si configura per la necessità di offrire ai bambini e alle bambine spazi in cui vivere ad avvicinarsi a quei saperi, spesso ritenuti noiosi, in modo più attivo e coinvolgente. In questo senso possono essere rivalutati e utilizzati meglio diversi spazi e servizi già a disposizione dei ragazzi, basti pensare al ruolo che le biblioteche per ragazzi, spesso poco utilizzate potrebbero avere, nel recuperare la grande lacuna nella formazione scolastica della maggior parte dei bambini e delle bambine verso la lettura. Questa azione potrebbe essere il "prolungamento" della attività della biblioteca ragazzi, o costituire viceversa l'avvio della nascita di un'esperienza di biblioteca la dove questa è completamente assente. In questa ottica è necessario anche consolidare, per la fruizione dei ragazzi, quelle strutture del territorio che svolgono una funzione di promozione e di conoscenza delle risorse ambientali e naturalistiche, dando la possibilità di ampliare e qualificare, le proposte esistenti e renderle più coinvolgenti e più fruibili da tutti i ragazzi.
b) Occasioni di incontro e di scambio, programmi di attività con gli adulti, operatori professionali e non, e anziani che guidano i ragazzi attraverso in luoghi della memoria, dei mestieri, nell’opera umana, che raccontano episodi della vita della città.
c) Esperienze di trasformazione dell’ambiente urbani per rendere le città accoglienti quali la moderazione della circolazione, la pedonalizzazione di alcune zone, strade e piazze, la progettazione partecipata di parchi , giardini, cortili scolastici e di quartiere e di percorsi protetti, allo scopo di rendere percorribile la città. La creare una segnaletica speciale per i bambini che individua i luoghi a loro destinati e le opportunità a loro destinate. Stimolare attenzione e collaborazione degli adulti per rendere praticabile un uso sicuro della città da parte dei bambini (vigili urbani, commercianti, gli studenti più grandi, anziani, ecc.). I progetti di riqualificazione degli spazi urbani sono un intervento strategico con il quale coinvolgere i cittadini più giovani in un'azione che esalti il loro protagonismo e che sia capace di ricostruire elementi d'identità dei giovani con la propria comunità. La realizzazione di questa azione deve caratterizzarsi attraverso un reale lavoro di coinvolgimento dei ragazzi, forte, visibile e qualificato, dal quale possa emergere una proposta, un progetto e "provocazione" per tutta la città. All'avvio di questi percorsi dovrà avvenire attraverso un'assunzione consapevole da parte delle amministrazioni coinvolte di questo processo e inserirlo all'interno di interventi più complessi di trasformazione della città. I laboratori di progettazione partecipata avranno una modalità di gestione che consentirà ai ragazzi di scoprire usi e trascorsi di quel luogo che si andrà a trasformare, di svolgere un'azione di ricercazione sociale, acquisire competenze urbanistiche e architettoniche, sviluppare la propria creatività progettuale in relazioni ai vari bisogni sociali della città adottando delle soluzione progettuali che tengano conto della una plurifunzionalità degli spazi della città.
d) Promuovere il collegamento con interventi per la qualità urbana, quali Agende XXI locali e Habitat II e i programmi per l’educazione ambientale del Ministero dell’Ambiente. Il Ministero dell’Ambiente, attraverso un accordo di programma con il Ministero della Pubblica Istruzione promuove infatti la realizzazione di attività per favorire la conoscenza e il rapporto dei bambini e dei ragazzi con l’ambiente anche attraverso la creazione di centri di esperienza e laboratori territoriali di educazione ambientale.
e) Sviluppare iniziative di progettazione partecipata anche attraverso i programmi denominati “Contratti di quartiere” del Ministero dei Lavori Pubblici, proponendo di integrare gli interventi urbanistici ed edilizi ivi proposti con progetti che coinvolgono la sfera sociale e culturale.
f) Sviluppare iniziative di formazione integrata tra i diversi tecnici delle amministrazioni e del privato sociale al fine di diffondere in modo trasversale competenze in grado di qualificare gli interventi e renderli effettivamente parte di sistema di azioni tese al complessivo miglioramento della qualità della vita per le giovani generazioni.
La scelta metodologica adeguate alla progettazione e alla realizzazione degli interventi è quella della diretta partecipazione dei ragazzi e dei cittadini alla progettazione degli interventi per realizzare la città educativa, al fine di garantire esiti di adeguatezza ed efficacia. Si evidenzia il ruolo dell’ente locale come punto di ascolto e di conoscenza dei problemi della città, come promotore e coordinatore locale per l’integrazione tra esigenze espresse dai bambini, dai ragazzi e dai cittadini, le strategie e le risorse, le azioni trasformative dell’ambiente urbano e la realizzazione di servizi territoriali. Il modello da perseguire per la messa in atto dei programmi è quello dei servizi di rete che devono essere il più possibile orientati alla logica dello sviluppo della comunità e centrati sul riconoscimento e la valorizzazione delle competenze sociali e partecipative. Servizi educativi e ricreativi territoriali per il tempo libero Fatti salvi le indicazioni presenti negli indirizzi regionali per l’attuazione del precedente triennio della legge 285/97 è opportuno sulla scorta delle esperienze avviate e sul lavoro di monitoraggio e valutazione realizzato dal gruppo di lavoro specificatamente attivato dalla regione evidenziare in relazione a questa tipologia d’intervento alcuni aspetti utili per la futura programmazione. in primo luogo è importante evidenziare che questa tipologia progettuale nelle diverse modalità di realizzazione (Centri ricreativi e aggregativi, animazione di strada, associazionismo dei ragazzi e delle ragazze, animazione estiva del tempo libero) può essere rivolta a diverse fasce d’età, in base a questo aspetto è evidente che l’articolazione della proposta assume caratteristiche differenti. E’ importante quindi rimarcare i seguenti aspetti: Proposte di aggregazione preadolescenti Nella realizzazione e qualificazione della proposta dei centri di aggregazione per i preadolescenti che sarà rivolta “classicamente” ai ragazzi di età compresa tra gli undici ai quattordici anni si dovrà considerare, una serie di “fenomeni” di anticipazione dell’età in cui generalmente si esprime “la preadolecenzialità”. Per questo motivo si potranno aprire, ad hoc le proposte ai ragazzi fin dall’età di nove anni. Il Centro di aggregazione per preadolescenti dovrà svolgere una funzione di sviluppo dell’identità e della relazione per rispondere efficacemente alle trasformazioni tipiche di questa fascia d’età, perciò i centri saranno luoghi dove potranno realizzarsi sia funzioni di carattere educativo che aggregativo, all’interno di un sistema di relazioni tra ragazzi e operatori che affermi il protagonismo e la responsabilità come elementi fondanti. Il sistema all’interno del quale si svilupperà la proposta per i preadolescenti sarà articolato in modo da rispondere al complesso delle necessità: da un parte si svilupperanno la nascita di centri specifici, dall’altra si sosteranno le forme di associazionismo che coinvolgono direttamente i ragazzi. In questa azione si terrà conto come obiettivo comune la creazione di un insieme di attività e di proposte che dovranno essere non troppo strutturate e che favoriscano “l’effimero” come principio per costruire un sistema di iniziative di transito da “i non luoghi” ai "luoghi". Infatti l'obiettivo connesso a questi spazi e a queste attività dovrebbe essere quello di sostenere i giovani al transito, veicolato da un interesse, da un incontro, dalla risposta ad un bisogno, dalla curiosità o, semplicemente, dalla fuga dal tempo vuoto, verso un luogo in cui la risposta al proprio interesse, al proprio bisogno o alla propria curiosità avvenga in un modo più strutturato e sia esistenzialmente più autentico.L’avvio del centri per preadolescenti, la dove l’intervento nascerà per la prima volta si costruirà attraverso un lavoro preparatorio di indagine territoriale capace di mettere in relazione obiettivi di carattere generale e specifici con la condizione concreta di vita locale dei ragazzi, questo presupposto è necessario per costruire un stretto vincolo tra utopia e praticabilità che sia capace di individuare le risorse umane necessarie e disponibili per il progetto del centro, in particolare centrando l’attenzione sulle abilità di gestione delle relazioni da parte dell’operatore.I centri avranno il compito di svolgere una serie di funzioni combinate di carattere aggregativo - educativo, utilizzando e creando anche spazi attrezzati specifici per singole attività.Le proposte di carattere aggregativo:· laboratori teatrali, espressivi a livello corporeo, manipolativo, musicale;· momenti di gioco e di attività pre-sportiva;· analisi dei loro problemi esistenziali e individuazione di percorsi sociali attraverso cui avviare la risposta ad essi;· Scoperta delle modalità di espressione di sé solitamente non praticate o inibite dal contesto familiare e sociale in cui vivono, tra cui in particolare quelle legate al corpo;· Scoperta ed a pratica di forme di avventura autentica e costruttiva;· Scoperta della storia e dello spazio-tempo urbano;· Stimolo a porsi in modo progettuale nei confronti del futuro;· Scoperta del valore dell'autonomia e della responsabilità.Proposte educative e di prevenzione al disagio· Sostegno scolastico attraverso l'aiuto ad acquisire un più adeguato metodo di studio e finalizzato al miglioramento del proprio adattamento all'ambiente normativo e relazionale della scuola, teso a migliorare, quindi, le proprie relazioni con gli insegnanti, i compagni e con la dimensione istituzionale scolastica;· Prevenzione del consumo di sostanze stupefacenti e psicotrope.· Prevenzione della microcriminalità. Questo obiettivo non riguarda solo i preadolescenti delle aree sociali e urbane dette a rischio ma anche, più in generale, quelli appartenenti ad aree urbane e sociali dette normali.· Stimolazione di interessi culturali, artistici, sportivi;· Ri-scoperta del gioco autentico;· Scoperta e pratica di forme di avventura liberatrici e costruttive;· Proposta di viaggi virtuali e/o reali;· Scoperta dell'interculturalità;· Sostegno allo sviluppo del protagonismo preadolescenziale in un contesto in cui vi sia l'incontro con una immagine positiva dell'istituzione veicolata sia dalle attività che dall'incontro con adulti che, seppur in modo occasionale e discontinuo, sappiano dar vita ad una relazione significativa.Gli spazi possibili per le attività e per le proposte:· spazi verdi di gioco attrezzati;· sale attrezzate per attività musicali e teatrali. In questo ambito vengono considerate quelle attività come: l'organizzazione di concerti, di mostre, di festival, di raduni, di concorsi e premi che offrono ai preadolescenti un prodotto da loro esplicitamente gradito e richiesto;· Proposta di prodotti culturali, artistici, musicali, ecc. che si ritiene possano suscitare un allargamento degli interessi dei preadolescenti;· Campi di lavoro aventi una utilità sociale di tipo solidaristico;· Partecipazione a manifestazioni di solidarietà sociale;· Forme di partecipazione alla attività dell'amministrazione comunale.Proposte di aggregazione per gli adolescentiUna comunità locale che intenda accogliere i bisogni di socializzazione, di relazione tra coetanei, di sperimentazione e comunicazione, di accompagnamento e sostegno al processo di crescita, può agire in modo differenziato per la costruzione di opportunità di interazione e di aiuto alle esperienze di aggregazione spontanea tra adolescenti, sostenendo le esperienze associative, promuovendole e rafforzandole al fine di ampliarne la base numerica e la capacità di risposta ai loro bisogni. In questo senso si può contribuire all’attivazione di opportunità di aggregazione tra adolescenti nell'ambito di Centri di aggregazione promossi da Enti pubblici o da realtà del territorio.I centri consistono quindi in un insieme di opportunità di aggregazione all'interno di un contesto organizzato, che propone vincoli, ma anche risorse di diversa natura che possono essere liberamente utilizzate dagli adolescenti: spazi di animazione e di scoperta, ma anche per lo sviluppo di relazioni significative tra coetanei e tra adolescenti ed adulti.Il Centro di aggregazione può assumere alcune sfide che il mondo adolescenziale esprime in ordine ai bisogni di acquisire le parole per discutere, per tessere nuove mappe concettuali adeguate a disegnare nuovamente il presente; sviluppare criticità creativa oltre il conformismo, per superare il senso di disagio e confusione che molti vivono; partecipare per arrivare a nuove contrattualità nei diversi ambiti della vita sociale e sperimentare nuove forme di cittadinanza; esercitarsi nel progettare, realizzare, verificare attività legate ad interessi di gruppo e rilevanti per la stessa vita collettiva.Il Centro di aggregazione si svilupperà facendo riferimento a due funzioni di notevole importanza: quella animativa e quella educativa. Da un lato agirà come centro di tipo promozionale, attivo, orientato all'aggregazione tra coetanei ed alla socializzazione culturale, al protagonismo sociale degli adolescenti, dall'altro contribuisce al loro processo formativo, di acculturazione, all'apprendimento di competenze e abilità sociali e più complessivamente alla costruzione di un diverso rapporto con le dimensioni dello spazio e del tempo, con il mondo adulto, con le istituzioni.I Centro di aggregazione dedicheranno notevole attenzione alla dimensione culturale, al fine di ampliare ed integrare le esperienze culturali di base dei ragazzi.Il centro opererà in modo di avvicinare gli adolescenti alla logica del progetto, proponendo costantemente l'idea della sperimentazione, in cui sviluppare un rapporto sempre più stretto tra il fare ed il pensare.La nascita e lo sviluppo e la qualificazione delle attività dei centri si definiranno attraverso un modello organizzativo e gestionale ed un progetto operativo che terrà strettamente conto delle situazioni esistenti e di un'attenta analisi dei bisogni, delle risorse territoriali.Il progetto del centro dovrà definire e sviluppare un sistema di autocontrollo e verifica dell'intervento educativo - animativo per misurarsi con l'efficacia dell'agire sociale ed apprendere dalle esperienze, per rendere visibile, riconoscibile e apprezzabile il lavoro del centro.Un altro obiettivo dei centri sarà quello costruiranno sinergie tra tutte le realtà del territorio operano per l'aggregazione e la socializzazione, nell'ottica del lavoro di rete.La progettualità dei centri si sviluppa in relazione a due dimensioni, una interna l'altra esterna ed in relazione a due tipologie di destinatari: gli adolescenti singoli o in gruppo.Una prima linea progettuale vedrà il centro come catalizzatore degli adolescenti presenti nel territorio, in questo senso dovrà diventare sia un luogo dove gli adolescenti possono transitare anche solo per periodi di tempo funzionali al loro particolare bisogno ma anche trovare in esso proposte di attività sostenute da una presenza umana e professionale capace di attenzione e di iniziativa.Una seconda linea progettuale di lavoro vedrà il centro operare contemporaneamente su più ambiti ed articolare con modalità diverse il proprio progetto di aggregazione; coordinando ed integrando in un'unica progettualità di territorio azioni di ricerca, di conoscenza, di relazione, di aggregazione, di formazione, di supporto, attraverso un lavoro di coordinamento della propria progettualità con quella di altri centri e servizi territoriali che ugualmente intervengono nei campi dell'educazione e dell'aggregazione degli adolescenti.Il Centro di aggregazione presenterà un insieme di spazi di carattere fisico, affettivo e sociale.Lo spazio fisico sarà differenziato in modo da distinguere il luogo dell'accoglienza da quello dedicato allo sviluppo delle attività di gruppo e da quello destinato ai laboratori per attività manuali occasionali o corsuali a diverso contenuto tecnologico. (multimedialità, video, videoregistrazione, musica. ecc.)Lo spazio affettivo sarà "costruito" tutto è in relazione a quale tipo di presenza e frequenza sarà caratterizzato da elevata adattabilità alle esigenze che nel tempo potranno emergere.Il centro dovrà essere capace di convivere con le differenze e dovrà facilitare gli adolescenti a coglierle e valorizzarle: il primo passo è comprendere che agire riconoscendo le differenze (ad esempio: agire con i ragazzi è diverso da agire con le ragazze, e viceversa) non implica predisporre attività prettamente differenziate (ad esempio: maschili o femminili), ripercorrendo modelli culturali "tradizionali", ma richiede di lavorare sulle differenze di genere, piuttosto che di cultura, provenienze geografiche, per spostare l'attenzione sul modo con cui le ragazze piuttosto che i ragazzi, i ragazzi italiani piuttosto che quelli provenienti da altri paesi, i giovanissimi piuttosto che quelli più grandi, esprimono e sono portatrici di valori, opinioni, disagi, bisogni valorizzando le potenzialità.Il centro sarà "dotato" di più operatori, attraverso una notevole flessibilità degli orari, in considerazione del fatto che gli adolescenti sono disponibili nel pomeriggio e nella sera.La realizzazione delle molteplici attività possibili comporterà l'utilizzo di competenze professionali differenti di tipo animativo ed educativo, inoltre il centro potrà utilizzare competenze specifiche (psicologo, il sociologo) del servizi del territorio.Il Centro dovrà essere un "osservatorio" su ciò che nel territorio si esprime in termini di bisogni e risorse. Per svolgere questa funzione il Centro di aggregazione costruisce relazioni e contatti; mette in interazione diverse realtà tra loro al fine di accrescerne la capacità di progettare e gestire insieme delle iniziative rivolte agli adolescenti; promuove le diverse realtà esistenti incentivandone la conoscenza e le possibilità per gli adolescenti di accedervi; offre servizi diversificati, finalizzati alla qualificazione delle diverse opportunità aggregative - educative del territorio, a partire da quelli più facili da accettare da parte delle diverse associazioni e gruppi, come sedi, strumenti e materiali, sino a quelli più complessi (che richiedono un percorso di reciproco riconoscimento molto più lungo) quali la formazione; coordina la propria progettualità con quella di altri Centri e servizi territoriali che ugualmente intervengono nei campi dell'educazione e dell'aggregazione degli adolescenti.
6. Progetti per la realizzazione di Centri per le famiglie a supporto delle funzioni genitoriali e delle relazioni intergenerazionali
Premessa
Il Piano sociale regionale e gli Indirizzi per l’attuazione della Legge 285 prevedono la realizzazione di azioni per la sostenibilità del lavoro di cura e in particolare di supporto alle funzioni genitoriali e alle relazioni intergenerazionali. Tale scelta riconosce un valore preminente alla messa in campo di progettualità innovative capaci di interpretare i processi di mutamento che hanno investito la famiglia i rapporti tra i sessi e le generazioni, i contesti della crescita infantile e che hanno ridefinito - fin nella routine quotidiana e nel configurarsi nelle fasi del ciclo di vita – problemi e risposte connesse alle funzioni genitoriali, Sulla base dell’evidenza della trasformazione si suggeriscono dunque orientamenti di intervento che sappiano confrontarsi con i percorsi e le strategie adottate dai singoli, delle coppie, delle famiglie, in relazione ai problemi connessi alle scelte di procreazione e agli impegni genitoriali, in generale ai periodi di passaggio dell'età adulta nella vita familiare. Le indicazioni per la programmazione regionale di attività che promuovano, a partire dalla coppia e dalla famiglia, una più alta qualità dell’esperienza adulta e delle relazioni educative, sottolineano la necessità: a. della messa in rete di servizi, risorse opportunità diverse b. della collaborazione di soggetti pubblici e privati c. della valorizzazione degli spazi e dei tempi di aggregazione significativi di una comunità, della capacità di auto organizzazione e delle forme di reciprocità che in essa si esprimono d. di un impegno volto contemporaneamente allo sviluppo di azioni formalizzate ed alla promozione di occasioni più informali di scambio, circolazione e condivisione di esperienze. Il Centro per le famiglie si colloca nel contesto delle politiche sociali richiamate e si caratterizza come un servizio rivolto alla quotidianità delle famiglie, per affrontare problemi relativi alla gestione dei tempi, degli spazi, della socialità, e difficoltà connesse agli impegni educativi. Esso sviluppa anche funzioni di supporto alle trasfromazioni e alle scelte della vita adulta, in un'ottica di educazione permanente. Il Centro ha dunque un impianto e un’operatività flessibili e punta a valorizzare le potenzialità presenti nel territorio. Le azioni fin qui sperimentate mettono in evidenza l’utilità di una simile struttura che si costituisca da un lato come luogo fisico di stabile riferimento, dall’altro come soggetto (o nucleo) di promozione e coordinamento delle diverse iniziative che si intraprendono a supporto della genitorialità. La presente nota di indirizzo è particolarmente rivolta ai comuni di grandi dimensioni, o di maggiore complessità sociale (poli in espansione, centri urbani conforti tendenze alla disgregazione, con alta mobilità territoriale, con significative eterogeneità interne) i quali, proprio per le caratteristiche che va sempre più assumendo la vita urbana, presentano più di altri problemi connessi alla gestione dei tempi quotidiani e alla relazionalità micro sociale. E’ a tali comuni pertanto che viene destinato prioritariamente il finanziamento regionale per la sperimentazione dell’attivazione del Centro per le famiglie, quale complesso coordinato di servizi e interventi rivolti alle problematiche della vita quotidiana.
Aree di competenza
In concreto l’impegno operativo del Centro potrà ruotare su alcune aree di attività fra loro strettamente intrecciate che riguardano: a) Sostegno alle competenze genitoriali. Tale intervento ha l’obiettivo di promuovere occasioni di comunicazione e scambio tra adulti che diano l’opportunità di elaborare le problematiche genitoriali, di accrescere la consapevolezza rispetto ai significati del lavoro di cura e ai propri stili educativi, di individuare e mettere in atto le risorse disponibili sia in riferimento al rapporto con i figli, che al vissuto della propria maternità/paternità ed alla sua conciliazione con le altre dimensioni della condizione adulta. A questa area di attività afferiscono: Ÿ la mediazione familiare, intesa come specifico intervento diretto a coppie e gruppi di genitori separati, per offrire loro la consulenza di figure esperte; Ÿ azioni di formazione, attraverso gruppi di discussione o gruppi del fare tra adulti, gruppi con esperto su specifiche problematiche, o altre modalità di lavoro con adulti, rivolti a madri e padri, nonni, baby sitter e altre figure della cura dell’infanzia. Le attività sopra indicate si svolgono in collaborazione con i consultori familiari, con i servizi per la prima infanzia e le associazioni di volontariato. b) Sostegno ai passaggi dell’età adulta nelle relazioni familiari. L’obiettivo è di promuovere azioni di formazione ed educazione degli adulti, in un’ottica di educazione permanente, su temi connessi alle problematiche legate alle relazioni familiari e ai bisogni formativi della vita adulta. Tali attività possono svolgersi sia nella forma di iniziative di comunicazione e confronto tra adulti indirettamente sostenute da operatori, sia nella forma di corsi per l’apprendimento o la messa in circolo di competenze nei vari campi di interesse degli adulti coinvolti, sia nell’orientamento e supporto a nuove scelte formative ed inserimento sociale. Particolare attenzione è da porre, come è già detto alle fase di transizione del ciclo di vita in cui i soggetti, all’interno del proprio corso personale e familiare si trovano ad affrontare compiti diversi e a ridefinire quelli consueti, a confrontarsi con i processi di autonomia dei figli, e con le trasformazioni della maturità, e i conseguenti fenomeni di solitudine e disorientamento, ma anche di liberazione e di nuova energia. Quest’area di attività si svolge in collaborazione con i centri di educazione degli adulti che si collocano nelle scuole, con le associazioni culturali e di volontariato. c) Erogazione dei prestiti d’onore a genitori in temporanea difficoltà finanziaria Questa direzione di intervento, per quanto di natura economica, contiene in se valenze culturali che la pongono in ideale continuità con l’area precedente,. Situazioni di momentaneo bisogno o disagio, oppure di specifica progettualità familiare richiedono infatti ascolto, sostegno e consulenza, affinché si conoscano le opportunità aperte del prestito, si chiariscano condizioni dell’accesso, si assuma la responsabilità che questo implica. d) Promozione dei rapporti interfamiliari, intergenerazionali, interculturali. Si tratta di sviluppare progettualità che rafforzino o sollecitino la dimensione comunitaria, attivino lo scambio tra soggetti di età diversa e di differenti appartenenze culturali, facilitando l’integrazione di nuclei immigrati, nonché di promuovere e sostenere gruppi ed associazioni impegnati in questa stessa direzione, al fine di individuare problemi comuni, mettere assieme le proprie risorse per farvi fronte e, più ingenerale, attivare più intensi processi di circolazione culturale entro la comunità Tale attività prevede la realizzazione di progetti per lo scambio tra le generazioni; il sostegno a esperienze di cooperazione familiare; interventi per lo sviluppo di comunità. Essa si svolge in collaborazione con gruppi anche informali di cittadini e associazioni che chiedono e offrono collaborazione al Centro, i consultori familiari e i consultori giovani. e) Accoglienza ed affidamento familiare. L’obiettivo è di sviluppare e sostenere l’affido, il volontariato familiare e, più in generale, le persone disponibili ad accogliere e prendersi cura di minori in situazioni di difficoltà. L’attività si sviluppa attraverso campagne di sensibilizzazione per promuovere la disponibilità di cittadini e famiglie; corsi di formazione; gruppi stabili di confronto e sostegno reciproco per affidatari, genitori adottivi e volontari impegnati in interventi di sostegno familiari e prevede la collaborazione con i consultori familiari, il servizio sociale delle A.s.l. gruppi di volontariato e associazioni familiari. f) Attività di aggregazione sociale per bambini e genitori. Collateralmente e in collegamento con le attività rivolte ai genitori possono essere realizzate: Ÿ iniziative e centri per il tempo libero dei bambini fino a 14 anni, prevedendo un coinvolgimento dei genitori; Ÿ programmi comuni di attività ad integrazione di quelli già esistenti insieme agli asili nido, alle scuole dell’infanzia e alle scuole dell’obbligo. I servizi con cui collaborare sono: i servizi per l’infanzia comunali, le direzioni didattiche, le associazioni culturali ricreative, sportive e ambientalistiche, cooperative sociali e gruppi di volontariato.
Rispetto alle aree di intervento indicate il Centro per le famiglie: recepisce e stimola le progettualità locali; svolge funzioni di collegamento e messa in rete; cura e sostiene attività di informazione e pubblicizzazione; ospita e gestisce alcuni interventi.
Aspetti organizzativi e collocazione del Centro
L’attività del Centro per le famiglie, pensata particolarmente nei comuni a più vasta dimensione e a maggior complessità sociale, da un lato si sviluppa a livello cittadino con funzioni di promozione e di gestione di interventi che interessano la città nel suo complesso, dall’altro a livello di quartiere con funzioni di coordinamento tra le varie attività che possono essere percorribili solo se radicate in una micro comunità. La costituzione del Centro dovrà essere l’esito di una progettualità costruita a livello locale attraverso l’azione del Comune. Il Centro può avere una sede centrale in cui si collocano alcune attività e la funzione di coordinamento e impostare un sistema a rete con luoghi e iniziative decentrate. La sede del Centro può essere collocata in un luogo non periferico rispetto al tessuto comunitario e consentire la disponibilità di ambienti per attività di gruppo, incontri tra cittadini, spazi per accoglienze relazionali, con arredi che caratterizzino un clima informale e familiare. Il Centro in particolare per le funzioni micro zonali può allocare le sue attività in centri sociali di quartiere; in servizi per la prima infanzia o altra struttura comunitaria locale. Il Centro in quanto facilitatore della quotidianità delle famiglie dovrà prevedere orari flessibili e fasce orarie di aperture ampie, anche serali.
Il personale del Centro
Il Centro dovrà prevedere su un piano tecnico operativo la disponibilità delle seguenti figura professionali: Ÿ la figura di un coordinatore responsabile, che curi la messa in opera complessiva del progetto e il suo monitoraggio; Ÿ i referenti delle varie aree di intervento, che prenderanno in carico la specificità sia degli obiettivi delle aree che degli ambiti territoriali interessati; Ÿ gli operatori impegnati nelle diverse attività, con competenze differenziate a seconda della caratterizzazione dell’intervento. Potranno, come già detto, essere presenti nel Centro figure del volontariato e dall’associazionismo che daranno il loro apporto di progettualità, iniziativa ed operatività, integrandosi nel progetto complessivo. Il personale del Centro ha anche il compito di favorire e rendere agevole la realizzazione di attività e Progetti auto gestiti dalle famiglie e dai cittadini coinvolti nelle attività del Centro.
Rapporto con i servizi del territorio
Il Centro si collega con i servizi sociali, educativi e sanitari del territorio per sviluppare le proprie azioni, sia al fine di creare aree di impegno comune, sia al fine di orientare richieste e risposte a bisogni specifici emergenti verso agenzie specializzate. Esso infatti ha un carattere di luogo di aggregazione e sviluppo di relazioni comunitarie e non ha compiti di intervento assistenziale o sanitario specifici. Quale potenziale sede di ascolto e di raccolta di problematiche di diversa tipologia esso si raccorda: con l’ufficio di cittadinanza del comune; con il servizio sociale della ASL. e con il complesso dei servizi socio - sanitari ed educativi e con la scuola.
Formazione del personale
La promozione delle risorse del tessuto comunitario e l’animazione delle relazioni tra adulti e tra adulti e bambini comporta un impegno peculiare e la messa in campo di competenze specifiche che vanno sviluppate e promosse negli operatori che, anche a titolo volontario, vi lavorano. Le varie aree di attività del Centro comportano infatti: la promozione delle risorse del tessuto comunitario, l’opera di sensibilizzazione, l’attivazione di micro processi culturali, la facilitazione delle attività e delle relazioni entro i gruppi di adulti, la funzione di ascolto e valorizzazione delle competenze genitoriali e di conduzione di gruppi di scambio, l’animazione dei Centri o dei momenti di aggregazione per bambini e genitori. Vanno dunque realizzate iniziative permanenti e specifiche di formazione, che si incentrino sia sugli indirizzi generali della progettualità innovativa del Centro per le famiglie, sia sulle competenze che le singole aree di attività richiedono
Il ruolo della Regione
Rispetto al presente progetto, in considerazione del suo carattere innovativo, la Regione assicura una attività di promozione e coordinamento attraverso incontri di informazione e confronto tra gli enti locali e i soggetti che aderiranno alla sperimentazione e la promozione di cicli formativi per i responsabili ed operatori dei Centri.
7. Servizi ed interventi per l’inserimento sociale dei minori immigrati
Nell’ambito degli interventi per l’inserimento sociale degli immigrati, previsti nelle norme di settore nonché dal Piano sociale regionale, le condizioni dell’infanzia e dell’adolescenza presentano una specificità che richiede una puntualizzazione degli obiettivi e la individuazione di azioni ad essi mirate. Come indicato nel DLGS 286/98 Art.19 e nella ratifica della convenzione sui diritti dei minori di New York, gli stranieri minori di 18 anni non possono essere espulsi, salvo casi rigorosamente predefiniti, e hanno diritto all’inserimento scolastico, anche se clandestini: ad essi la comunità regionale deve dunque assicurare in ogni caso accoglienza e inserimento. Per facilitare la progettazione di azioni in favore dei minori immigrati, il perseguimento delle finalità previste nel Piano sociale regionale, di integrazione nella società regionale; di prevenzione e contrasto della marginalità e di recupero della devianza; di sensibilizzazione della comunità locale all’accoglienza, vanno dunque declinate in relazione ai bisogni espressi nell’età evolutiva e alle specifiche problematiche incontrate dai più giovani nel vivere in una comunità altra. Si tratta di promuovere una cultura dell’accoglienza e un approccio interculturale in tutti i servizi rivolti all’infanzia e all’adolescenza, e di rimuovere le barriere che impediscono l’accesso dei minori immigrati ai servizi sociali e sanitari e l’inserimento nella scuola e nella comunità locale nel suo complesso. Tali finalità possono essere perseguite attraverso una generale azione di sensibilizzazione, formazione e informazione rivolta agli operatori dei servizi e alla comunità locale; attraverso lo sviluppo di progetti e occasioni di vita comune tra bambini autoctoni e stranieri; attraverso supporti mirati a facilitare le condizioni di vita dei minori immigrati. Sono allo scopo individuati in modo esemplificativo alcuni filoni di intervento: Ÿ Azioni formative e informative rivolte agli insegnanti e per la realizzazione di progetti di sperimentazione scolastica. Ÿ Azioni formative e informative rivolte agli operatori sociali, sanitari, alle agenzie culturali e ricreative. Ÿ Realizzazione di servizi e progetti interculturali (centri interculturali per la prima infanzia , centri interculturali per il tempo libero,………………) Ÿ Creazione di Centri di documentazione e iniziative formative sulle culture di origine e corsi di lingua di origine a supporto della scuola o direttamente rivolte ai minori stranieri. Ÿ Utilizzo di figure di mediazione culturale, con particolare esperienza e formazione nel campo dell’infanzia, nei casi di disagio e nei luoghi di permanenza fisiologica dei minori immigrati (scuole, servizi sociali e sanitari, carceri, centri di accoglienza per i minori ………..) Ÿ Creazione di centri di pronta accoglienza per madri e minori non residenti.
8. Azioni in materia di maltrattamento, violenza e abuso sessuale verso le donne e l’infanzia.
Il contesto
Il fenomeno del maltrattamento, abuso, violenza nei confronti dell’infanzia e delle donne, ha acquisito negli ultimi anni un’evidenza sempre più marcata che è stata intercettettata da una costante e vigile attenzione da parte degli operatori sociali, sanitari, giudiziari, scolastici e che si è imposta all’opinione pubblica del nostro Paese promuovendo una più diffusa consapevolezza del problema, purtroppo non sempre immune da suggestioni e reazioni emotive collegate al clamore e all’eclatanza di efferati fatti di cronaca, che hanno provocato indignazione ma anche allarmismo. Una più accentuata consapevolezza e sensibilità culturale ed istituzionale riguardo alle complesse problematiche collegate a questo fenomeno, la crescente attenzione ai diritti della persona , la cui soggettività ed integrità è sempre più considerata, e non solo formalmente, valore intangibile da tutelare e salvaguardare, il dibattito politico e culturale e le azioni promosse dal movimento delle donne per il varo di una nuova Legge in materia di violenza sessuale, hanno contribuito, negli ultimi anni, a produrre un quadro normativo e indirizzi che recepiscono istanze di civiltà giuridica e definiscono strumenti di tutela e di intervento più consoni ad affrontare la complessità e la problematicità del fenomeno dell’abuso su infanzia e donne: La Legge N. 66/96 “Norme contro la violenza sessuale”, che iscrive il reato tra quelli contro la persona e non più contro la moralità pubblica e disciplina il reato stesso fornendo maggiori strumenti di tutela per i minori e le donne; La Legge 269/98, che interviene in materia di sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori e contro le nuove forme di riduzione in schiavitù, a salvaguardia dello sviluppo fisico, psicologico, spirituale, morale e sociale del minore; La Legge 176/91 che ratifica i principi della “Convenzione sui diritti dell’infanzia” sottoscritta a New York nel 1989. Il Piano Nazionale per l’infanzia e la Legge 285/97 “ Disposizioni per la promozioni di diritti ed opportunità per l’infanzia e l’adolescenza” , che indicano interventi prioritari per la realizzazioni di politiche a favore dell’infanzia e per la creazione di servizi sociali, educativi, sanitari, di sostegno per contrastare e rimuovere situazioni di disagio; Il documento redatto dalla Commissione Nazionale per il coordinamento degli interventi in materia di maltrattamenti, abusi e sfruttamento sessuale dei minori, che definisce un percorso mirato alla conoscenza del fenomeno ed alla sua emersione e che indica come realizzare la prevenzione, la protezione, la presa in carico e come diffondere la cultura dei diritti dell’infanzia; Si segnala inoltre la proposta di Legge “Azioni di libertà: uscire dalla violenza”, presentata dagli On. Serafini, Mussi ed altri, che prevede l’istituzione di un Fondo di cofinanziamento per le Case ed i Centri antiviolenza organizzati e gestiti da gruppi e associazioni di donne che negli ultimi decenni, con la loro attività, hanno rappresentato i pressoché unici riferimenti per l’accoglienza, l’ospitalità e il sostegno alle donne e all’infanzia vittime di abusi e violenza.
A livello regionale la Regione ha definito gli Indirizzi di attuazione della L.285/97, il Piano sociale e il Piano sanitario, che contengono indicazioni anche in materia di contrasto e protezione di donne e minori vittime di violenza. Il CPO della Regione e la GR hanno definito un Protocoolo di intesa che prevede lo sviluppo di azioni a contrasto della violaenza sulle donne. In particolare in attuazione della L.285/97 sono finanziati: il programma di formazione degli operatori di Comuni e ASL in materia di violenza ai minori della provincia di Perugia e la realizzazione di 2 case protette per bambini e donne maltrattati dei comuni di Terni e Perugia. Nell’ambito della L. 34/97 sono finanziati i progetti delle ASL e del Centro per le pari opportunità della Regione mirati al contrasto del fenomeno. Il Telefono donna del Centro per le pari opportunità ha realizzato un’indagine sulla propria utenza e commissionato una ricerca sulle denunce per violenza nel territorio umbro.
Questo nuovo quadro normativo costituisce la cornice di riferimento per elaborare e rendere operative strategie di prevenzione, contenimento e contrasto del fenomeno della violenza su infanzia e donne. In questo contesto occorre inserire anche lo specifico spaccato relativo alle sempre più complesse problematiche della prostituzione coatta e della riduzione in schiavitù, anche minorile, fenomeno emergente e in espansione che rimanda a specifici interventi di protezione e di reisnerimento sociale delle donne. La violenza sull’infanzia e le donne rimane però, nella sua prevalente dimensione intrafamiliare, in tanta parte sommersa: sia la conoscenza che l’intervento sono resi difficili dal persistere di atteggiamenti culturali posti in essere sia dalle vittime che dai familiari che per paura , vergogna, timore del giudizio sociale tendono a rimuoverlo ed occultarlo. Peraltro la violenza intrafamiliare coinvolge persone note e significative, anche affettivamente, per le vittime che non riescono a riconoscere il comportamento abusante e difficilmente riescono ed attivare strategie di rielaborazione del trauma subito. Anche le agenzie e i servizi che si occupano dell’infanzia mostrano difficoltà nel rilevare prima ed intervenire poi in situazioni a rischio o situazioni di abuso e violenza. Tuttavia i dati disponibili identificativi del fenomeno e della sua estensione, ricavabili principalmente attraverso le denunce all’autorità giudiziaria, segnalerebbero negli ultimi anni la tendenza ad una minore tolleranza nei confronti dei maltrattamenti e delle violenze. Ma l’aumento delle denunce non consente di avere indicazioni precise sulla consistenza, aumento o diminuzione, del fenomeno stesso. Secondo l’ISTAT, nel 1996 (anno di entrata in vigore della L. 66 contro la violenza sessuale, che riunifica in questa fattispecie gli atti di libidine e di violenza carnale) i reati denunciati di violenza sessuale verso l’infanzia sono stati 3304. Per quanto riguarda le donne i dati forniti dall’ISTAT, che nel 1997 – 98 ha realizzato un’indagine sulla sicurezza dei cittadini che contiene una visione specifica sulle molestie e violenze sessuali, evidenziano un quadro inquietante: sono 9.420.000. pari al 51,66%, le donne che hanno subito, nell’arco della loro vita, almeno una delle molestie sessuali prese in considerazione nell’indagine; sono 714.000 quelle che hanno subito uno stupro o un tentato stupro nel corso della vita; sono 185.000 quelle che hanno subito uno stupro negli ultimi tre anni. Per quanto riguarda i minori, secondo dati ministeriali distinti per età, la fattispecie delittuosa delle violenze sessuali registra un aumento tra il 96 e il 97, passando da 305 a 470 casi di violenza sessuale su minori di 14 anni; da 846 a 1112 su minori di età compresa tra i 14 e 17 anni. Precedentemente al 96 gli atti di libidine passano da 834 nel 1986 a 1839 nel 1995 , mentre la violenza carnale passa da 1149 casi nel 1986 a 1869 casi nel 1995. Per la corruzione di minorenni i delitti passano da 145 nel 1986 a 98 nel 1996. Per la violazione degli obblighi familiari si va dai 5673 casi del 1986 ai 4201 nel 1995. Per i maltrattamenti in famiglia i dati risultano pressoché stazionari: dai 2255 nel 1986 ai 2290 del 1996. Un’altra significativa fonte di conoscenza del fenomeno è quella costituita dai dati forniti dai numerosi centri e case di accoglienza per donne e minori, esistenti ed operanti sul territorio nazionale. Si tratta di dati che aiutano a comprendere non solo l’estensione del fenomeno ma soprattutto le sue caratteristiche. Comportamenti abusanti, maltrattamenti, violenze fisiche , psicologiche e sessuali prevalentemente si registrano in ambito familiare, esercitati da soggetti adulti maschili (padre, marito, convivente, fratello) nei confronti di minori e donne; la violenza intrafamiliare è trasversale alle classi sociali, risulta ripetuta nel tempo e si manifesta attraverso un crescendo, che va dai maltrattamenti psicologici e fisici fino all’abuso e alla violenza sessuale. L’emergere di una fenomenologia sessuata della violenza subita da minori e donne suggerisce di affrontare il fenomeno attraverso un approccio che eviti di separare in modo rigido la violenza sulle donne e i bambini, cercando invece di leggerla ed analizzarla in modo correlato. La stessa “violenza assistita” è una esplicazione utile a comprendere i meccanismi di interazione che si producono nella costruzione di comportamenti e di pratiche violente e abusanti e nella determinazione di situazione nelle quali assistere ad episodi di violenza comporta comunque vivere e subire esperienze traumatiche e destabilizzanti. Per quanto riguarda più specificamente i minori, risulta ancora oggi dibattuta dagli stessi esperti la definizione di comportamenti abusanti e di violenza nei loro confronti, mentre appare accettabile e condivisa quella di maltrattamento identificata dal Consiglio d’Europa (Strasburgo 1978, IV Seminario criminologico): “Il maltrattamento si concretizza negli atti e nelle carenze che turbano gravemente i bambini e le bambine, attentano alla loro integrità corporea, al loro sviluppo fisico, affettivo, intellettivo e morale, le cui manifestazioni sono la trascuratezza e/o lesioni di ordine fisico e/o psichico e/o sessuale da parte di un familiare o di terzi”. Il maltrattamento può quindi configurarsi attraverso una condotta attiva ( percosse, lesioni, ipercura) o in una condotta omissiva ( incuria, trascuratezza, abbandono). Per quanto riguarda l’abuso sessuale, una delle definizioni ritenute più appropriate, come sottolineato nel documento della Società Italiana di psicologia dei Servizi ospedalieri e territoriali ( Cap. I . L’abuso sessuale sui minori) è quella proposta da Kempe: “Il coinvolgimento di bambini e adolescenti, soggetti quindi immaturi e dipendenti, in attività sessuali che essi non comprendono ancora completamente alle quali non sono in grado di acconsentire con totale consapevolezza o che sono tali da violare tabù vigenti nella società circa i ruoli familiari”. A tale definizione sono riconducibili tutti quegli episodi e situazioni che, pur diversi tra loro, hanno la capacità di incidere sulla vita psicologica e sulle relazioni sociali dei minori, alterandone il processo di crescita e sviluppo della personalità e di maturazione della sessualità. La difficoltà a definire in modo non generico l’abuso sessuale è data, oltre che dalla complessità e dalla problematicità del fenomeno, anche dalle implicanze operative che determinano l’attivazione di percorsi giudiziari, diagnostici, terapeutici che coinvolgono professionalità differenti (operatori sociali, sanitari, magistrati, psicologi, insegnanti, forse dell’ordine), portatrici di una specifica visione del fenomeno che rischia di produrre approcci discordanti e sovrapposizione e frammentazione di interventi operativi. Problematiche emergenti
La più approfondita conoscenza dell’abuso e del maltrattamento su minori e donne permette di focalizzare alcuni nodi problematici relativi alle caratteristiche del fenomeno ed alle strategie e modalità di intervento necessarie per contrastarlo e prevenirlo. In particolare:
Ÿ Emerge l’esigenza di sviluppare approcci conoscitivi capaci di promuovere e produrre un’analisi ed una lettura del fenomeno nel contesto sociale e culturale in cui esso si determina, ponendo attenzione ai meccanismi ed alle dinamiche che sottendono la costruzione sociale della violenza su donne e minori come violenza di genere. Promuovere questa conoscenza qualitativa del fenomeno consente di costruire azioni di prevenzione capaci di affrontare i nodi e i passaggi propri del percorso di costruzione della violenza su donne e minori.
Ÿ
L’introduzione nel codice penale del nuovo delitto di traffico di
persone come moderna forma di schiavitù finalizzata in particolare allo
sfruttamento sessuale, riconosce la portata di un fenomeno di dimensioni
nazionali ed internazionali che definisce nuove emergenze.
Ÿ L’assenza di una politica organica di prevenzione del fenomeno e di intervento e trattamento delle situazioni di abuso e violenza produce separatezze, parcellizzazioni operative e sovrapposizioni disfunzionali, che determinano inefficienze e conflittualità, aggravate dalla frammentazione dei soggetti che per propria competenza sono chiamati ad intervenire e che in tale contesto rischiano di definire approcci discordanti e contraddittori.
Ÿ Si impone invece la definizione di un approccio multidisciplinare ed integrato, che produca una stretta interazione dei servizi e soggetti competenti, la cui operatività e capacità di intervento va definita all’interno di una metodologia condivisa: Magistratura, Servizi sanitari, sociali, ASL, Enti locali, Scuole, Privato sociale debbono poter definire e praticare una metodologia di lavoro interdisciplinare, modelli organizzativi ed operativi capaci di fornire protezione e tutela alle vittime di abusi e violenze.
Ÿ La praticabilità di questa metodologia va supportata anche attraverso l’individuazione di percorsi formativi e di specifiche e specializzate competenze diagnostiche e terapeutiche, che rinviano ad un’azione formativa articolata attraverso i diversi livelli, che vanno dalla formazione diffusa a quella specialistica, in modo da assicurare l’acquisizione ed il potenziamento di abilità tecniche necessarie ad intervenire efficacemente nelle varie fasi del percorso che accompagna l’intervento nei casi di abuso e maltrattamento.
Le competenze
Numerosi sono i soggetti destinatari di competenze specifiche da esercitare in relazione al fenomeno dell’abuso su infanzia e donne: Ÿ La Magistratura ordinaria che , in relazione al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, in presenza di un reato individua il colpevole e gli commina la relativa pena; Ÿ La Magistratura minorile che valuta l’esistenza delle condizioni per consentire ai genitori l’esercizio della potestà o se quest’ultima debba essere rimossa o limitata; Ÿ I servizi minorili dell’amministrazione della giustizia che hanno compiti di vigilanza, tutela ed assistenza verso il minore; Ÿ Gli Enti locali che tramite i propri Servizi hanno compiti di vigilanza, tutela e rappresentanza del minore: a) Danno sostegno (ex art. 609 decies del Codice Penale introdotta dall’Art. n.11 della L. 66/96) al minore nelle diverse fasi del procedimento, provvedere al suo accompagnamento presso gli Uffici giudiziari, fare mediazioni nel contatto con il Magistrato, elaborare il progetto terapeutico ed assistenziale, valutare la famiglia. b) Esercitano la tutela del minore e, nei casi di conflitto di interessi, ne assumono la rappresentanza (Art .n. 23 DPR 616/77, L. 689/75, Art. n. 338 CPP) Gli Enti locali, anche avvalendosi delle ASL, provvedono a curare la progettazione degli interventi, la verifica e il monitoraggio della rete dei servizi attivati in ordine all’abuso e al maltrattamento su minori e donne. A tal fine possono adottare provvedimenti amministrativi per attivare modalità integrate di gestione degli interventi di protezione del minore e di aiuto alla famiglia; promuovere la realizzazione di una cultura interprofessionale e multidisciplinare tra operatori di diverse istituzioni competenti ad intervenire; favorire la sensibilizzazione della realtà territoriale e della popolazione sulle tematiche dell’abuso e del maltrattamento.
La Regione, coerentemente con le competenze di programmazione assegnatele dalla normativa vigente, definisce atti di indirizzo nell’ambito della Pianificazione regionale sociale e sanitaria, e realizza azioni di supporto tecnico.
Le strategie
Rispetto ad un fenomeno che segnala l’esigenza di una crescita collettiva di sensibilità ed attenzione all’infanzia, risulta necessario orientare il complesso delle azioni da realizzare in direzione di: Ÿ lo sviluppo di interventi di prevenzione e contrasto della violenza, sia attraverso il potenziamento della rete di servizi dedicati all’infanzia sia attraverso specifiche azioni di sensibilizzazione e formazione; Ÿ la creazione di specifiche competenze, funzioni e servizi a tutela delle vittime. Le strategie di intervento individuate sulla base di tali finalità, riguardano:
A) Rilevamento dei dati e mappatura delle risorse sul territorio regionale Ÿ Promuovere l’emersione e la conoscenza quali-quantitativa del fenomeno attraverso un’azione di rilevazione dei dati da realizzare anche in collaborazione con soggetti pubblici e privati operanti nel settore. Ÿ Realizzare la mappatura delle risorse esistenti sul territorio regionale attivabili in un contesto di collaborazioni e servizi integrati per realizzare interventi di tutela e protezione delle vittime di abuso e violenze Tale attività fa riferimento alla normativa nazionale (L 451/97) e regionale (LR n. 3/97) che istituiscono l’Osservatorio nazionale e il Centro regionale per l’infanzia e l’età evolutiva.
B) Formazione e sensibilizzazione Promuovere percorsi formativi per realizzare: Ÿ Una formazione specialistica per gli operatori impegnati nella diagnosi dell’abuso e del maltrattamento e nella presa in carico terapeutica della vittima (équipes operative territoriali). Ÿ Una formazione di base degli operatori sociali, educativi, assistenziali e sanitari volta ad acquisire competenze, conoscenze ed abilità necessarie a riconoscere e decodificare i segnali di disagio delle vittime di abuso e maltrattamento. Ÿ Una formazione permanente finalizzata al sostegno dell’operatività dei diversi soggetti e alla costruzione di percorsi e protocolli integrati.
Promuovere azioni di sensibilizzazione e informazione rivolte alla comunità
C) Organizzazione di servizi integrati in rete Ÿ Promuovere la definizione di un percorso organico per l’intervento coordinato dei servizi e agenzie sociali ed educative territoriali e degli operatori giudiziari attraverso la configurazione sia di un percorso procedurale che di una metodologia di intervento e trattamento. Ÿ Definire un modello organizzativo ed operativo di servizi integrati per attivare metodologie di intervento condivise da parte dei soggetti deputati ad intervenire sul fenomeno, al fine di garantire risposte efficaci ed unitarie alle esigenze di sostegno e tutela delle vittime. Ÿ Promuovere l’adozione di protocolli d’intesa, accordi di programma interistituzionali e rapporti con il privato sociale, per far interagire organicamente competenze, professionalità e risorse in una rete integrata di servizi chiamata a gestire le varie e differenziate fasi dell’intervento.
Modello organizzativo
La Regione definisce le modalità organizzative degli interventi di prevenzione e di presa in carico delle vittime di abuso, violenza e maltrattamenti, da realizzare in accordo con le autorità giudiziarie competenti, suscitando l’integrazione tra i Servizi sociali ed assistenziali degli Enti locali ed i servizi sanitari delle Aziende sanitarie. Tale modalità di lavoro risulta necessaria per conseguire sia le specifiche finalità, cui ogni singola competenza è preordinata, sia l’obiettivo di realizzare una efficace tutela delle vittime di abuso e violenza, sia strategie di prevenzione e contrasto del fenomeno. Si indicano allo scopo le linee generali di funzionamento di un sistema territoriale di servizi ed interventi per il contrasto alla violenza e all’abuso su donne e minori, rinviando a successivo atto la definizione di specifici protocolli operativi, assunti dai diversi soggetti competenti.
L’organizzazione di un modello operativo di servizi integrati in rete deve prevedere:
Ÿ La costituzione di équipes di coordinamento provinciali, composte dai diversi soggetti istituzionali deputati ad esercitare competenze specifiche: Comuni, ASL, Province, Magistratura, Scuola, CPO, con compiti di coordinamento della rete attraverso la realizzazione di protocolli di intesa che definiscono modalità integrate di intervento e costituiscono le équipes operative. Il coordinamento della équipe va individuato al suo interno tra gli Enti Locali tenendo conto di esigenze di funzionalità e di raccordo operativo tra servizi e progettualità da attivare. Gli Enti Locali svolgono un ruolo di regia per facilitare il percorso di progettazione, realizzazione e monitoraggio della rete. Nella fase di avvio la Regione attiva le equipes provinciali. Ÿ La costituzione di équipes operative di preferenza interambito o di ambito sociale quale soggetto tecnico operativo per la casistica dell’abuso e maltrattamento su donne e infanzia. Tali équipes integrate sono composte da operatori delle ASL e dei Comuni, e caratterizzate da interprofessionalità, attraverso la presenza di psicologi, medici, assistenti sociali, operatori di prima accoglienza. Le équipes operano in interazione con il Telefono Donna del Centro per le pari opportunità quale sede specialistica di accoglienza ed intervento sul problema della violenza alle donne. E’ necessario individuare professionisti operanti nei settori sociali, sanitari ed educativi, specializzati nel trattamento di tali problematiche, perché risulterebbe impossibile estendere a tutti gli operatori le conoscenze necessarie ad intervenire su un fenomeno così complesso e per garantire l’integrazione e l’efficacia nella presa in carico dei casi. La scelta strategica è tuttavia quella di non costituire équipes operative impegnate a tempo pieno sull’abuso, sia per le dimensioni del fenomeno che per il rischio di eccessiva specializzazione e difficoltà di interazione con i servizi territoriali. Le équipes, sono di riferimento per gli interlocutori interni ed esterni e prendono in carico, di intesa con l'operatore sociale di riferimento territoriale, i casi di abuso rilevati e seguendoli nelle varie fasi dell’intervento (la raccolta della segnalazione, l’avvio dell’indagine sociale, l’accertamento coordinato con gli uffici giudiziari, in particolare evitando di replicare esami diagnostici, l’elaborazione del progetto terapeutico/assistenziale, le azioni di tutela e accompagnamento del minore) e della donna, la valutazione della famiglia, la gestione dell’allontanamento del minore. Essi sono di supporto per i percorsi terapeutici nelle elaborazione ed attuazione dei programmi di intervento e svolgono l'analisi sulla appropiatezza ed efficacia delle rsiposte. Ÿ All’interno di questo modello operativo si rileva la necessità di garantire alcune condizioni e supporti che permettano all’equipe operative di svolgere la delicata funzione di presa in carico e accompagnamento del minore, e che assicurino ad esso protezione, quali in particolare: a) La strutturazione di punti di riferimento specialistici che si configurano come poli di riferimento sovrazonali composti da operatori con professionalità e competenze specifiche per realizzare: – gli interventi terapeutici – la consulenza tecnica al GIP nel corso delle indagini e in fase di dibattimento – lo svolgimento dell’audizione protetta dei minori da parte dell’autorità giudiziaria competente, in strutture adeguatamente organizzate per garantire, supporto e sostegno psicologico alle vittime. b) L’attivazione di presidi di pronto soccorso pediatrico e generale presso i dipartimenti di emergenza per garantire immediato e tempestivo soccorso alle donne e minori vittime di abuso e maltrattamento e garantendo una capacità di riconoscere i segni del maltrattamento e una corretta e completa raccolta delle informazioni da parte di operatori con adeguata formazione. c) La creazione di residenze protette per l’accoglienza di minori e donne vittime di violenza. d) La promozione di una collaborazione attiva con l’Ordine degli Avvocati per selezionare un pool di Avvocati specializzati nella materia dell’abuso minorile che siano punto di riferimento qualificato per la Magistratura e i Servizi degli Enti investiti della curatela, quali Curatori speciali per esercitare le funzioni previste a tutela dei diritti dei minori.
Percorsi operativi dei Servizi territoriali in rapporto con gli Uffici giudiziari e le Forze dell’ordine
Un’operatività integrata e competente al livello dei servizi territoriali deve trovare modalità di raccordo e interazione costante con gli uffici giudiziari e le forze dell’ordine. Anche in riferimento alle norme introdotte dalla L.n.66/96 risulta necessario operare per: a) Uno stretto coordinamento tra i vari Uffici giudiziari e le forze dell’ordine che intervengono in caso di abuso e maltrattamento promovendolo anche istituzionalmente ai massimi livelli presso ogni distretto. b) Uno stretto raccordo e una interazione costante tra l’attività e l’intervento giudiziario e il percorso di rilevazione, presa in carico e trattamento posto in essere dai Servizi preposti. Si definiscono pertanto alcune indicazioni al fine di disegnare il percorso da realizzare per un’efficace coordinamento dell’azione dei soggetti indicati. Tali indicazioni andranno specificate in protocolli operativi che impegnino enti locali, uffici giudiziari e forze dell’ordine nella realizzazione di una modalità continuativa e coordinata di lavoro.
1) La collaborazione tra enti locali e autorità giudiziaria Considerando le diverse competenze e funzioni dei soggetti istituzionali in campo è necessario operare in modo coordinato per consentire risultati efficaci: nella scoperta, qualificazione e sanzione della violenza; nel garantire la tutela del minore; per la realizzazione di azioni di prevenzione. Occorre definire prassi operative comuni dal momento della segnalazione e procedere in modo coordinato tra servizi dell’amministrazione della giustizia, servizi degli enti locali, ufficio del Pubblico Ministero, Tribunale dei Minori e forze dell’ordine. Tale collaborazione nel corso dei procedimenti è importante: Ÿ Evitare che negli abusi intrafamiliari il minore continui a vivere con l’indagato Ÿ Impedire che negli interventi protettivi si possa determinare inquinamento delle prove e interferire negativamente con le indagini del P.M. Ÿ Rendere tempestive e coordinate le azioni a tutela del minore. Spetta al Procuratore presso il Tribunale dei Minori mantenere una visione unitaria dei vari interventi attuati a protezione del minore.
2) Provvedimenti a tutela del minore
a) Provvedimenti urgenti a tutela del minore, Art. 403 Codice civile. Secondo l’art. 403 del Codice civile quando il minore si trova in una condizione di grave pericolo per la propria integrità fisica e psichica “la pubblica autorità, a mezzo degli organi di protezione dell’infanzia, lo colloca in luogo sicuro sino a quando si possa provvedere in modo definitivo alla sua protezione”. Natura del provvedimento: non è un atto di giurisdizione, neanche volontaria, è un atto di amministrazione, sia per l’oggetto, essendo un atto di volontà, sia per la qualità dei soggetti da cui promana. Avendo una natura essenzialmente operativa e di protezione, non richiede l’esplicitazione dettagliata dei motivi, deve tuttavia essere indicata la presenza di una situazione attuale di sofferenza e pregiudizio del minore. E’ però necessario,quando si contrappone alla volontà dei genitori, che questi siano in ogni caso tempestivamente informati che il minore è sotto la protezione della pubblica autorità e che l’intervento è stato segnalato all’autorità giudiziaria minorile competente per la risoluzione del conflitto. Non è necessario che venga indicato il luogo in cui il minore si trova se ciò serve a proteggerlo. Soggetti: ad operare è la pubblica autorità. In tale nozione rientrano sicuramente gli organi di polizia e quelli deputati all’assistenza dei minori e alla protezione dell’infanzia. I primi devono comunque sempre avvalersi dei secondi. Non è invece vero il contrario. Pertanto, se l’iniziativa di protezione proviene dai servizi sociali, essi dovranno farsi carico della collocazione in luogo sicuro e potranno richiedere l’intervento della forza pubblica soltanto se ciò è strettamente necessario per vincere la resistenza dei genitori. Il legislatore infatti considera i Servizi sociali quali referenti privilegiati del minore. Presupposti: occorre che vi sia un grave pericolo per l’integrità fisica e psichica del minore. Efficacia: la situazione di necessità che vi è sottesa oltre a costituirne il presupposto imprescindibile, ne chiarisce i limiti. La collocazione in ambiente protetto può essere mantenuta se non collide con il contrario volere dei genitori, soltanto per tempi brevissimi, il tempo necessario per devolvere la risoluzione del conflitto all’autorità minorile.Se tale intervento non collide con il volere dei genitori o di altri aventi titolo educativo, resta sul Piano assistenziale. Che cosa devono fare i servizi sociali territoriali: devono effettuare l’intervento di collocazione del minore in ambiente protetto ex art. 403 c.c., attuarlo immediatamente e segnalarlo con urgenza al Pubblico Ministero per i minorenni per la decisione da parte del Tribunale dei minori. b) Altri atti a tutela del minore Poiché al minore parte lesa va assicurata, in ogni stato e grado di procedimento, l’assistenza affettiva e psicologica tramite la presenza dei genitori o di altre persone idonee indicate dal minore stesso, e l’assistenza dei servizi istituiti dagli enti locali, i servizi stessi devono ex art.609 deces C.p. (introdotto dall’art.11 della legge 66/96) 498 comma 4 C.p.p., 398, 5bis, C.p.p.: Ÿ Dare sostegno al minore nelle diverse fasi del procedimento; Ÿ Provvedere, ove ciò risponda alle esigenze affettive e psicologiche del minore, al suo accompagnamento negli uffici giudiziari; Ÿ Fare mediazione nei contatti tra il Magistrato e/o i suoi organi delegati per quanto riguarda i tempi e i modi dell’approccio al minore; Ÿ Dare assistenza nel corso dell’esame del minore durante le indagini, dinanzi al GI.P. in sede di incidente probatorio e dinanzi al giudice del dibattimento Ÿ Elaborare il progetto terapeutico assistenziale inerente il minore Ÿ Valutare le risorse di cambiamento e le potenzialità protettivo- educative della famiglia
3) La denuncia del reato La notizia di reato, qualsiasi fatto di violenza perseguibile d’ufficio di cui si è a conoscenza, cioè proveniente da conoscenza diretta o da terzi o da documenti e altre fonti di prova, è per sua natura specifica. La notizia di reato in campo minorile è complessa per le difficoltà del minore a riferire sulla violenza subita e dell’operatore a valutare segni e sintomi. E’ difficile distinguere tra indizi di reato e situazioni di disagio socio-ambientale o problemi di ordine psichiatrico. La denuncia di reato va fatta tempestivamente (art. 331 comma 2 C.p.p.) Si propone a tal proposito di sviluppare modalità di contatto rapide e informali tra servizi e magistratura per dirimere dubbi su casi poco chiari e consentire l’adozione di interventi tempestivi e coordinati (in particolare per l’allontanamento del minore e per favorire l’azione del giudice penale). Come deve comportarsi l’operatore dei servizi territoriali in caso di segnalazione o sospetto : – l’operatore può e deve avere la possibilità di accertare tempestivamente se la notizia ha un minimo di credibilità prima di inviarla al P.M. Ciò significa che il servizio non deve effettuare preliminarmente alcuna indagine sul minore e sulle persone coinvolte. Il servizio ha l’obbligo della segnalazione e non deve svolgere indagini per riscontri. – Gli accertamenti dei servizi devono essere finalizzati alla verifica della mera credibilità delle notizie e all’approntamento degli interventi a protezione del minore. – Essi espongono sinteticamente il fatto, raccolgono notizie sociali sulle famiglie, danno indicazioni sull’intervento socio-assistenziale attuato o da attuare. – I servizi sono obbligati alla segretezza A chi fare la denuncia: l’ipotesi che soddisferebbe l’esigenza di porre in essere interventi di sostegno e tutela nei confronti della vittima del reato fa propendere per una doppia segnalazione – Una al pubblico ministero per l’apertura della fase di indagini preliminari e l’eventuale adozione delle misure cautelari – L’altra al giudice minorile per gli interventi di tutela della vittima
4) Il consulente tecnico L’accertamento psicodiagnostico per reati in danno di minore è fondamentale per capire la personalità della persona lesa, per valutare l’entità delle conseguenze patite e il riscontro obiettivo alla veridicità di un racconto. E’ necessario coordinare le indagini psico-diagnostiche e sanitarie che vengono effettuate dai servizi ai fini dell’intervento socio-assistenziale con le indagini che vengono attivate da parte del giudice penale con la nomina del consulente tecnico. Importante è la collaborazione tra consulente tecnico e servizi: dopo l’emersione del fenomeno il compito dell’operatore deve limitarsi a offrire la fotografia della situazione, del nucleo familiare, del fatto di reato. Che cosa devono fare i servizi: dare collaborazione e informazione al consulente tecnico che dovrà di conseguenza contattarli prima di procedere all’esame del minore.
5) Il curatore speciale La norma che disciplina questa possibilità è l’art. 338 del C.p.p. che prevede che “Alla nomina provvede, con decreto motivato, il giudice per le indagini preliminari del luogo in cui si trova la persona offesa, su richiesta del pubblico ministero. La nomina può essere promossa anche dagli enti che hanno per scopo la cura, l’educazione, la custodia o l’assistenza dei minorenni”. Per assicurare una adeguata rappresentanza processuale sin dall’inizio delle indagini preliminari (art. 90 C.p.p.) è utile avere, anche nel corso delle indagini, un referente giuridico che rappresenti il minore, in modo da tenere in considerazione anche le esigenze del minore che spesso non rientrano nella logica processuale. Soprattutto se gli abusanti (anche per omessa tutela da parte del coniuge succube) sono i genitori il conflitto di interessi che si crea impone la nomina di un curatore speciale. L’essere organo di vigilanza e di tutela (competenza prevista dalla Legge 698/75 e dal D.P.R. 616/77) consente agli enti, titolari di tale funzione, ed ai Servizi che la esercitano, di poter richiedere di essere nominati curatori speciali del minore vittima di abuso o sospetto abuso ex art. 338 C.p.p.; ciò permetterebbe loro di individuare tempestivamente un difensore al minore parte lesa. Ovviamente è precisa responsabilità del Servizio, nominato curatore speciale del minore, individuare la persona più qualificata ed idonea ad esercitare, nel solo e precipuo interesse del minore, le attività connesse. Poiché la Convenzione ONU afferma che sia dovere delle Istituzioni garantire che i Servizi ed operatori che si occupano di minori abbiano una specifica competenza e preparazione si propone di aprire un tavolo di consultazione con l’Ordine degli Avvocati per individuare requisiti, criteri e modalità per arrivare a predisporre una lista di legali particolarmente preparati, competenti e sensibili in materia, cui possono rivolgersi sia la Magistratura nella sua autonomia di nomina dei curatori, che i Servizi eventualmente incaricati della curatela, con la certezza che la funzione verrà esercitata nel modo più attento ai diritti ed agli interessi del singolo minore. Che cosa devono fare i Servizi: sin dall’inizio delle indagini preliminari il Servizio ex art. 338 C.p.p. ed art. 121 C.p. può chiedere, in relazione alle specifiche esigenze di cura degli interessi del minore, alla Procura ordinaria, che procede, di essere nominato curatore speciale del minore - parte lesa onde fornirgli da subito una difesa legale - La costituzione di parte civile da parte del Servizio curatore speciale può avvenire anche per l’eventuale rinvio a giudizio (art. 338, comma 4, C.p.p.).
E’ indispensabile che la Regione sviluppi un’azione di sensibilizzazione generale al rispetto dei diritti del minore ed in particolare un’azione di prevenzione della violenza all’infanzia, assumendo tra i propri obiettivi prioritari la realizzazione di un progetto regionale di formazione, in materia di abuso sessuale, rivolto a tutti gli operatori del territorio. Per affrontare con adeguati strumenti (anche preventivi) questo fenomeno è infatti fondamentale promuovere un’adeguata formazione del personale, attraverso la quale consentire a tutti gli operatori l’acquisizione di conoscenze di base e permettere un confronto tra le istituzioni ed i soggetti interessati che, con competenze e riferimenti culturali diversi, agiscono in ambito minorile: operatori sociali, psicologi, neuropsichiatri infantili, pediatri, ginecologi, assistenti sanitari, insegnanti, operatori giuridici, in modo che le diverse professionalità che possono trovarsi ad affrontare il fenomeno dell’abuso sessuale divengano consapevoli del comune obiettivo di protezione e tutela del minore poter mettere in atto, intenzionalmente, tutti gli strumenti atti a perseguirlo.
A. SCHEDA PER LA PRESENTAZIONE DEI PIANI TERRITORIALI.
1) Analisi delle problematiche territoriali emergenti e dei bisogni in relazione ai principali indicatori della qualità della vita infantile
2) I servizi e gli interventi presenti nel territorio dell’ambito. L’analisi sul complesso dei servizi socio-educativi del territorio, gestiti dai comuni, dalle ASL o da privati, richiede la ricognizione delle principali informazioni sui servizi stessi. A tale scopo, per facilitare l’attività dei comuni ed evitare di replicare la richiesta di informazioni, si allega il Questionario predisposto dall’ISTAT nel quadro dell’attività del Centro regionale per l’infanzia e l’età evolutiva di raccolta di dati sui servizi per l’infanzia e l’adolescenza in Umbria. I dati saranno rielaborati dall’ISTAT e restituiti ai Comuni, quale primo nucleo del sistema informativo regionale sull’infanzia e l’adolescenza. All’atto della presentazione del Piano territoriale per l’infanzia e l’adolescenza si richiede: – la restituzione del Questionario compilato, spendendo direttamente all'ISTAT, come indicato nel Questionario stesso; – la compilazione della scheda riassuntiva di seguito indicata, che è parte integrante del Questionario.
N.B.: nella colonna numero indicare la cifra totale dei Servizi / Interventi presenti nel territorio comunale gestiti sia direttamente dal Comune ( Gestione diretta o in economia, consorzio o unione con altri enti, delega ad altra amministrazione), sia in convenzione o concessione ai privati, sia direttamente dai privati.
3) Priorità di intervento e finalità da perseguire nella programmazione triennale, con indicazione della progressione degli interventi durante i 3 anni. Nel quadro delle indicazioni della programmazione sociale regionale vanno indicate: le principali azioni che si intendono realizzare rispetto ai punti critici della condizione infantile; va disegnato l’insieme del sistema di intervento socio-educativo articolato nelle varie tipologie di servizio; vanno definite le modalità organizzative e gestionali degli interventi nell’ottica di una razionalizzazione delle forme di gestione e delle risorse.
4) Elencare i servizi e gli interventi che si intendono realizzare ex-legge 285, ex Piano sociale regionale (cap.11 area infanzia e famiglie con figli minori, o altri interventi a valere sul fondo sociale regionale), o finanziati con altri fondi, indicando le integrazioni di finanziamento che vengono richieste sullo stesso progetto e i progetti che si intendono gestire in forma coordinata da più enti.
B. SCHEDA PER LA PRESENTAZIONE DEI PROGETTI
1) Tipologia del Servizio intervento
2) Caratteri e obiettivi del progetto
3) Soggetti che partecipano alla costruzione del progetto e individuazione del ruolo dei diversi attori
4) Modalità di gestione
5) Descrizione degli elementi caratterizzanti e articolazione delle azioni previste
6) Organizzazione
7) Personale
8) Azioni di supporto tecnico
9) Costi e finanziamenti
10) Articolazione del progetto in moduli annuali
Primo anno
Secondo anno
Terzo anno
ALLEGATO 2
Riparto per ambito territoriale della quota di L 3.195.945.000 suddivisa sulla base della popolazione minorile residente, ponderata a favore del Perugino, Ternano, della Valnerina e dell’Orvietano, in relazione a criteri di riequilibrio territoriale.
QUADRO FINANZIARIO RIEPILOGATIVO
– Quota assegnata alla Regione Umbria dalla legge 285/97 per il 2000: L. 3.195.945.000
– Accantonamento del 5% per la formazione: L. 159.797.250
– Accantonamento del 20% per Progetti di Coordinamento tecnico ecc. : L. 607.229.550
– Accantonamento per i Progetti delle due Province: L. 60.000.000
– Quota residua da dividere tra gli Ambiti: L. 2.368.918.200 |
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