I
bambini di oggi nascono e vivono nell’età dell’elettronica, del
computer, di Internet: in maniera del tutto naturale sono portati a
desiderare e richiedere, accanto ai giochi per così dire “tradizionali”,
i videogiochi, cioè dispositivi elettronici dotati di un monitor (di
varie dimensioni), che presenta una situazione ludica, e di periferiche,
che permettono al giocatore di intervenire nella situazione stessa.
Questi rappresentano una delle forme più precoci ed avanzate della
multimedialità digitale: in essi agiscono suoni, immagini, parole, e
l’utente opera su questi elementi in chiave fortemente interattiva.
In commercio esistono vari videogiochi che si differenziano sia per
contenuti che per dimensioni, costi, modalità di fruizione,
caratteristiche tecniche. L’infinità di videogame offerti dal
mercato ed il successo degli stessi riscontrati tra i bambini (attratti
dall’interattività e dalla grafica avvincente) hanno portato al
proliferare di riflessioni sulla positività o meno di questi nello
sviluppo dell’infanzia, riconducibili a due grandi schieramenti. Da un
lato vi sono i sostenitori, secondo i quali i videogiochi sviluppano,
accanto alla coordinazione oculo-manuale, la memoria, la capacità di
pensiero induttivo, il processo cognitivo in parallelo, nonché
facilitano l’approccio alla cultura e alla tecnologia del computer
(preparando così al pensiero tecnologico).
C’è poi chi sostiene che i videogiochi aumentano l’abilità nella
lettura delle immagini visive come rappresentazioni di spazi
tridimensionali, oltre a permettere al bambino di superare la
frustrazione che prova guardando i cartoni animati senza poter
intervenire. Inoltre, sviluppano la capacità di scelta decisionale, il
pensare nella simultaneità, il porre attenzione su più variabili per
volta e le loro relazioni, la capacità di calcolo su come un sistema
complesso lavora (capacità utilizzabili anche in situazioni meno
ludiche); spingono ad elaborare e a formulare strategie vincenti, ad
acquisire maggiore destrezza e sicurezza sviluppando fiducia in se
stessi e nelle proprie capacità. Sono, in sintesi, amplificatori delle
capacità motorie, percettive e cognitive, nonché occasioni per
apprendere conoscenze geografiche e scientifiche.
Dall’altra parte vi sono gli oppositori dei videogiochi, secondo i
quali questi potrebbero alimentare nei bambini una visione
meccanicistica della vita, una adesione acritica a sistemi di
significato organizzati da altre persone, nonché generare fenomeni di
estraniamento dalla realtà e passività fisica e psichica. Inoltre, una
prolungata esposizione può interferire nel processo di maturazione e
lateralizzazione degli emisferi cerebrali (in quanto è ridotta
l’attività psicomotoria) e sulla memorizzazione, con la conseguente
incapacità a fissare e a trattenere un contenuto memorizzato per lungo
tempo a causa dell’abitudine all’istantaneità sviluppata dai giochi
elettronici. Continue ore trascorse davanti al monitor possono, secondo
alcuni studiosi, causare vere e proprie patologie come problemi di
vista, contrazione muscolare ripetuta, problemi locutori, obesità,
epilessia fotosensibile, dipendenza, perdita di contatto con la realtà e
isolamento.
Le molte opinioni contrastanti portano a riflettere sulle
caratteristiche che un buon videogioco debba possedere per essere
sostegno del pensiero e non gabbia di esso: oggi, infatti, reale e
virtuale fanno parte dell’esperienza infantile ed è importante che gli
adulti sappiano scegliere, tra i tanti offerti dal mercato, quei
videogiochi capaci di sviluppare nel bambino varie abilità e importanti
per il suo sviluppo emotivo-affettivo ed evitare quelli nocivi. È
necessario non dimenticare che l’uso corretto (tempi e modi di fruizione
adeguati) ed il controllo di un adulto sono complementari alla buona
qualità di un videogioco.
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