1.
Perché l’educazione alla ragione
A un anno dalla morte (15 novembre 2002) vive nel cuore
e nell’opera dei suoi innumerevoli studenti Giovanni Maria Bertin
(1912-2002), uomo rigoroso e affabile educatore, iniziatore e
guida, (1957-1987) della prestigiosa scuola pedagogica bolognese,
autentico Maestro della pedagogia italiana del ventesimo secolo.
Nel ricordo del suo insegnamento, con lo sguardo all’infanzia
e alle situazioni di rischio prodotte anche dalla crisi di orientamento
circa i valori della persona, il richiamo all’educazione alla
ragione è ineludibile. Si tratta di un appello che non può essere
taciuto, qui proposto per brevi cenni; povera cosa rispetto alla
complessità teoretica del Maestro e alla drammaticità delle forme
del disagio infantile, ma “la conoscenza della conoscenza obbliga”
[Maturana e Varela]: chi ha avuto un Maestro, deve,
come può, farsi maestro, e chi conosce la sofferenza innocente
non può non operare per la tutela dei bambini e delle bambine.
Se è analisi corretta che nel tempo presente spicca,
tra tutte, “la crisi axiologica imperante, che impedisce all’uomo
di discernere e di scegliere con competenza tra varie alternative”[L.
Mortari], se è dato di realtà che “le nuove generazioni si presentano
con personalità deboli, imprecise, insicure [L. Pati], se
è condiviso il riferimento a cause da ricercare “nelle molteplici
forme di disagio esistenziale che contraddistinguono il tempo
presente” [L. Pati], allora, sotto l’aspetto pedagogico-educativo,
non si può non ancorarsi all’educazione alla ragione, a partire
proprio dall’infanzia, nell’ottica dell’educazione permanente
(lifelong learning), come criterio guida al pensare, all’agire
, al costruire relazione con se stessi, con gli altri, con il
mondo.
2.
La ragione: una definizione operativa.
Educare alla ragione significa, secondo le ancora attuali
indicazioni formulate da Giovanni Maria Bertin nel 1973 [Educazione
alla ragione], promuovere e perseguire il “maturare di
un’intelligenza che sappia lottare contro ciò che intelligente
non è, ciò che è preconcetto, capzioso, retorico, mistificatorio;
che senta il dovere di vedere chiaro, di informarsi con esattezza,
di documentarsi, di considerare le questioni da molteplici punti
di vista; che rifiuti di formarsi opinioni e convinzioni sotto
la pressione di emozioni, suggestioni, slogan”.
Educare alla ragione significa difesa da un razionalismo
“per il quale le forze dell’intelligenza e della tecnica, volute
come dominanti, impediscono, con la loro tendenza all’astratto,
al pianificato, la costituzione di un mondo in cui i valori emozionali
ed esistenziali abbiano possibilità di vita e di sviluppo” [L’ideale
estetico, 1947] ,ma senza cadere nelle trappole di incantesimi
edonistici, di maghi, e sortilegi.
Educare alla ragione significa evitare i rischi di un
irrazionalismo per il quale le forze istintive, intuitive, passionali
minano, con la loro incoerenza e negatività, il costituirsi di
un mondo equilibrato e armonico, ma, al contempo, significa
saper rivalutare l’idealità estetica proprio come principio di
equilibrio etico, per cui le energie emozionali, le intuizioni
mitiche, il vitalismo individuale si compongono in modo da
essere fattori di una incessante opera, per quanto possibile,
aperta e concretamente costruttiva, formatrice di un’umanità socialmente
attiva, limpida nell’intelligenza ed energica nel valore” [L’ideale
estetico, 1947].
Educare alla ragione significa promozione [cura] di una
intelligenza [mind] creativa, progettante, aperta al futuro
e capace di gestire e non subire le trasformazioni socioculturali,
il cambiamento e la complessità.
Tale insegnamento non può non essere consegnato a tutti
coloro che hanno a cuore le sorti dell’infanzia.
Genitori, educatori, operatori sociali, se sanno riconoscere
le fonti di disagio per i nostri bambini e bambine, sanno anche
quale rischio e quali pericoli possano darsi in una mente –non
solo infantile- lasciata in balia di sentimentalismi ambigui,
di spontaneismi confusi, di autoritarismi preconcetti, di suggestioni
e stereotipi, di tecnologie prevaricanti, di rapide trasformazioni
di costume di cui non si sa trovare il bandolo.
La ragione si pone, quindi, come criterio valoriale e metodologico,
educativo e relazionale, baluardo e tutela dell’infanzia nella
sua integrità.
3
L’educazione alla ragione nella società delle informazioni.
Grande è la discussione e alta è la conflittualità
circa i pericoli insiti nella società dell’informazione e dei
consumi (o della dissipazione) [Gambaro], che ha nelle
tecnologie massmediatiche l’emblema più forte, siano i programmi
televisivi e gli spot pubblicitari, o i videogiochi violenti ,
oppure l’accesso dei bambini alla rete informatica, dalla quale
può spuntare il lupo/maniaco.
Indubbiamente si tratta di problematiche drammaticamente
reali, ma il dibattito ansiogeno in termini di controllo sociale
vs libertà individuale, oppure censura vs arbitrio,
non porta a nessun approdo sicuro finchè rimane invischiato in
stereotipi, suggestioni emotive e slogan. E’ impossibile difendere
i bambini dal pericolo insito nell’inevitabile incontro con le
sirene massmediatiche, o con le complesse e a volte drammatiche
problematiche socioculturali che coinvolgono persone e famiglie,
se si confida solo nella padronanza di ipotetiche e inesistenti
tecniche sofisticate per filtrare tutto ciò che è male, così come
non si può segregare in casa un bambino per evitargli cattivi
incontri.
L’insegnamento di Giovanni Maria Bertin ci viene a dire
che il pericolo e il disagio, per i bambini come per gli adulti,
ha il suo fondamento anche nelle relazioni, sia con le
persone che con le tecnologie, non adeguatamente mediate da un’intelligenza
(mind) critica e creativa, capace di orientarsi e orientare
nel mare delle tecnologie o di Internet con capacità di riflessione
e di discernimento.
Ecco dunque la necessità di una formazione alla relazione
educativa sia per i genitori , che per gli insegnanti e per
gli operatori sociali, fondata sulla razionalità e non sui preconcetti
o sull’arbitrio, capace di promuovere, ciascuno nel proprio ambito
e con la propria specificità, ma in dialogo e supporto reciproco,
comportamenti intelligenti nei riguardi della vita personale,
familiare, sociale e civile, partendo dall’infanzia, avendo cura
[L. Mortari] di quella “mente” della quale oggi si riconosce
la “pluralità” [H. Gardner] e l’ essere “luogo
dove prende forma il processo di dare senso all’esistenza” [Mortari
L.].
4.
L’educazione alla ragione nella “società senza padre”.
Ai genitori, Bertin, già dagli anni Sessanta attento alle
“difficoltà effettive” che incontra la famiglia nel proprio
compito educativo [Educazione alla socialità, 1962], ha
offerto criteri razionali a una riflessione critica sull’educazione
nella vita familiare, in particolare su una delle questioni nodali,
che muove dall’allarme sia verso le ideologie della “ società
senza padre” [Mitscherlich
A:, Mendel G., Verso una società senza padre, 1963],
sia verso assenze colpevoli per superficialità e individualismo
egocentrico, per richiamare il padre “al senso di responsabilità
che gli compete nella direzione della famiglia e […] nella formazione
etica e sociale dei figli”. [Educazione al cambiamento,
1976]
Occorre muovere da un’analisi fenomenologica del concetto
di autorità e della categoria della paternità, con il richiamo
a evitare ogni atteggiamento dogmatico, aprioristicamente pro
o contro rispetto alle diverse opzioni e modelli di ruolo e funzioni
- autoritarismo/antiautoritarismo, severità/permissivismo, rigidità/emotività,
egocentrismo/dono - per riconoscere una nuova dimensione della
paternità, aperta al dialogo come forma di relazione privilegiata,
fondata sull’autorevolezza e sulla ragionevolezza, capace di tenerezza
ed empatia, caratteristiche che devono essere “tradotte in
costume e pratica di vita”, in comportamenti intelligenti,
socialmente ed eticamente motivati, scevri da pregiudizi e da
stereotipi così come da fanatismi e da conformismi, che siano
d’esempio autorevole per i figli a sviluppare comportamenti altrettanto
intelligenti.
In particolare, Bertin ha indicato [Educazione alla
socialità, 1962], nell’ottica dell’educazione permanente,
la valenza formativa e di sostegno alla personalità paterna disorientata,
di quelle che allora erano le “scuole per genitori”, e che oggi
sono i corsi di sostegno alla genitorialità.
5.
L’educazione alla ragione nella società “senza ragioni”.
Agli educatori per professione Giovanni Maria Bertin ha
saputo indicare i criteri metodologici e valoriali, non dogmatici
né aprioristici, per interpretare le molteplici istanze formative
di ciascun momento storico, per orientare la scelta delle prassi
educative e per giustificarle nella loro parzialità, con la
consapevolezza delle valenze etico-culturali implicite nella scelta.
I rischi di omologazione e di conformismo prodotti
da una informazione non sottoposta al vaglio di una ragione critica
da un lato, ma anche la stessa crisi di una “ragione che pretendeva
di avere soluzioni chiare ed evidenti all’interno di significati
onnicomprensivi e lineari” e si è invece scontrata con l’irrompere
“dell’oscura eccedenza della vita” [Bruno Forte], orientano
a scegliere un’educazione alla razionalità. nell’accezione bertiniana.
Tale ragione, lungi dall’essere rinchiusa in rigidi schematismi
intellettualistici unilaterali e riduttivi, ha mostrato la propria
ricchezza proteiforme, cui non sono estranei affettività, levità,
esteticità e ludicità e valenze etiche e cognitive forti, perchè
sottratte, proprio attraverso il vaglio della ragione, al sentimentalismo
edulcorato, a un irrazionalismo confuso e velleitario, a una istintualità
superficiale e occasionale, a un vitalismo irrequieto e senza
senso.
Oggi è scelta storicamente giustificata quella che si orienta
e si impegna all’ educare alla ragione, perché in tale orientamento
c’è la cura di tutta la persona (educazione come cura/educazione
ad aver cura) che ha il proprio fulcro nella cura della
mente/intelligenza, nella peculiarità e molteplicità delle sue
forme; formae mentis [Gardner] che caratterizzano individualmente ogni persona e connotano
le relazioni cognitivo-affettive che essa instaura, nel proprio
vissuto, con se stesso, con l’altro, con il mondo.
In campo scolastico ciò comporta la scelta di perseguire,
attraverso una didattica criticamente consapevole della non neutralità
di metodi e strumenti, la crescita e l’espansione personale dei
concreti soggetti che interagiscono nell’attività educativa, “aprendo
strade, orizzonti, possibilità”, nella direzione della “formazione
di personalità in grado di contribuire, con una intelligenza critica,
alla risoluzione dei conflitti (individuali e collettivi) dell’uomo
moderno, in una direzione stimolatrice della potenza creatrice
della razionalità e dell’attitudine alla disponibilità e all’impegno
etico”.
6.
L’educazione alla ragione come “cura della vita della mente”
In linea con i criteri di scelta indicati dal razionalismo
pedagogico di Giovanni Maria Bertin, e in linea anche con il suo
stesso concetto di razionalità, possono essere proposte alcune
riflessioni di Luigina Mortari, che ha pubblicato un testo dal
titolo significativo: Aver cura della vita della mente, [La
Nuova Italia, Firenze-Milano, 2002]
Prendersi cura non significa sostituirsi all’altro, ma
rispettarne i tempi e il modo di essere, secondo un principio
dialogico “per aiutarlo a individuare il proprio desiderio
di esistere, facendogli dono di spazi di esperienza che quel desiderio
sappiano nutrire e custodire”. Significa sviluppare la pratica
di autoriflessione e di autocomprensione per aggredire, attraverso
il ricorso alla razionalità tutto ciò che si presenta cristallizzato
o stereotipato, fino a investigare criticamente la matrice
emozionale dei pensieri, che conduce a dilatare gli spazi
di libertà del pensare.
L’educazione come cura comporta alcuni atteggiamenti
relazionali specifici: attenzione capace di ascoltare,
vedere, sentire ciò che l’altro è capace di comunicare; recettività,
sia in termini affettivi accogliendo l’appello dell’altro come
condivisione del sentimento, sia in termini cognitivo-relazionali;
reciprocità, per cui l’esperienza dell’altro si coniuga con
l’esperienza propria, senza confusioni, in reciproco arricchimento
nella differenza.
L’etica della cura muove dall’archetipo relazionale madre/figlio,
del quale oggi si riconosce la parzialità e incompletezza se non
è sorretto e completato dall’eticità della relazione con l’alterità
del mondo. Dunque, la cura non può restringesi al solo universo
delle donne, ma diviene realmente tale solo se si realizza come
orientamento etico condiviso sia dall’universo maschile
che da quello femminile, per costruire, nella famiglia come
nella scuola, ciascuna nella propria specificità, una relazionalità
educativa in razionalità ed empatia si completano a vicenda, nella
direzione autenticamente “generativa” di persone libere, che costruiscono
la propria identità, la propria mente, all’interno di orizzonti
entro cui sanno scoprire criteri per dare senso alla propria vita
e per prendere posizione rispetto alle sfide provenienti dalle
nuove dinamiche della cultura e della società .[Orientamenti
1991].
7.
L’educazione alla ragione a partire dall’infanzia.
La prospettiva pedagogica bertiniana, lucidamente sviluppata
con uno stile rigoroso e classico, senza indulgenze alla retorica
infantilistica, lungi dall’essere difficilmente traducibile
nell’operatività di tutti i giorni, all’interno di una pratica
educativa rivolta a bambini e bambine, permea gli stessi Orientamenti
del 1991 per la Scuola dell’infanzia, promossa a primo grado del
sistema scolastico, finalizzata a contribuire alla realizzazione
della uguaglianza delle opportunità educative, attraverso
il perseguire l’acquisizione di capacità e di competenze di
tipo comunicativo, espressivo, logico ed operativo e l’equilibrata
maturazione e organizzazione delle componenti cognitive, affettive,
sociali e morali della personalità.
Sottolinea Mariagrazia Contini, dell’Università
di Bologna, nelle pagine della rivista “Infanzia”:
“E’ proprio la pedagogia problematicistica nel suo complesso
che, invitandoci a “educare alla ragione” bambini e bambine storicamente
contestualizzati, ci richiama a un impegno costante a favorire
la direzione di crescita e di espansione della loro personalità,
nel rapporto con sé stessi, con gli altri e con il mondo. In particolare,
in questo nostro scenario culturale caratterizzato dalla globalizzazione
e dall’imporsi del “pensiero unico”, il richiamo bertiniano all’esercizio
critico, da realizzare con costanza attraverso le attività
di gioco e di insegnamento, alla valorizzazione dell’immaginazione
e della sensibilità nei confronti degli esseri viventi e delle
cose, all’individuazione dei condizionamenti, che da ogni
versante tendono a limitare possibilità e ad omologare opinioni
e valori, costituisce una piattaforma da cui far decollare una
progettualità educativa eticamente orientata, da definire volta
per volta, in situazione e sfuggendo alle tentazioni prescrittive
e astratte delle generalizzazioni.
Se come obiettivo fondamentale del processo educativo viene
indicata la progettazione esistenziale, e cioè la capacità di
“scegliersi” e di rendersi protagonisti del proprio percorso,
la cura educativa non può che situarsi nello spazio e nel tempo
della prima infanzia rivendicandone il diritto fondamentale allo
sviluppo e alla realizzazione. Termini come ragione proteiforme,
demonismo e differenza non devono intimorirci con l’alone un po’
oscuro implicito nella loro complessità teorica: tramite essi,
Bertin continua a indicarci obiettivi che, se perseguiti, sovvertono
certa stereotipia interpretativa dell’infanzia tesa a legittimare
molte forme di violenza nei suoi riguardi, e richiedono, al mondo
degli adulti e degli educatori in primis, l’impegno ad aprire
-strade, orizzonti, possibilità- a ciascun bambino e a ciascuna
bambina”.
In conclusione, se l’infanzia viene non solo accudita,
ma anche formata, con spirito critico e al senso critico, nella
direzione della maturazione dell’identità, della conquista
dell’autonomia e dello sviluppo delle competenze,
allora bambini e bambine, non più infanti senza parola,
diventano realmente soggetti liberi, responsabili e attivamente
partecipi alla vita della comunità locale, nazionale e internazionale
[Orientamenti 1991], capaci di relazionarsi con gli adulti in
confidenza e sicurezza, in grado di trovare criteri per
individuare e parole per denunciare ogni “lupo cattivo”
che gironzoli attorno, e di consapevolmente adottare comportamenti
adeguati per stare alla larga da fauci fameliche.
8.
L’educazione alla ragione e la trasmissione della fede.
La laicità della posizione di Bertin richiama un ulteriore
punto di riflessione, ultimo perché più alto, in quanto introduce
alla trascendenza e al mistero della fede, profondamente connesso
con la ragione e con la necessità di esercitarla anche in merito
alle problematiche religiose.
Lasciando aperti tutti gli spazi per precisazioni, approfondimenti,
sviluppi ulteriori, qui preme una constatazione: la inevitabile
crisi sia della “dea ragione” di stampo illuministico, che dell’arrogante
ragione positivistico-tecnologica, rischia di corrompere anche
l’idea stessa del divino, frantumata in “tante nuove piccole
divinità, i guru, il dio-sesso, il dio-denaro, il dio-natura”
[Gambaro].
In un’epoca in cui si assiste a un soi-disant “ritorno”
alla religiosità al di fuori delle istituzioni ecclesiastiche,
in un “fai da te” in cui superstizione e ignoranza si coniugano
con new age e misticismi orientaleggianti, miti arcaici
si manifestano incrociandosi con la realtà futuribile delle nuove
tecnologie”, nel proliferare di sette e di un “nuovo politeismo”
[Gambaro], allora il richiamo alla ragione ha una sua necessità
imprescindibile anche per orientare la scelta religiosa
alla Verità.
Solo un’adeguata educazione alla ragione può impedire la
confusione tra la necessità del recupero e della valorizzazione
di valori estetici, il richiamo all’arte, al favoloso, all’immaginario
con un superstizioso rincorrere misteri, tesori, maghi e streghe,
fino a nuove forme di una deformata religiosità
Se l’educazione alla ragione fornisce le coordinate per
orientare l’esperienza nella direzione di un’intelligenza limpida
e di un’eticità forte, non può che condurre al chiaro insegnamento
di Giovanni Paolo II: ragione e fede, non più inconciliabili,
sono come le due ali con le quali lo spirito umano si innalza
verso la contemplazione della verità [Fides et ratio,
inizio], ali che devono essere esercitate sin dall’infanzia. E
mentre la ragione diventa guida verso la Verità, essa stessa “si
fa più sicura e acuta per il sostegno che riceve dalla fede ”
[Fides et ratio, 106].
Il richiamo alla fede, e alla trasmissione della fede nelle
famiglie, indica alla genitorialità un compito precipuo, per il
quale i genitori diventano veramente generativi nella Verità.
Si tratta di un compito che suggerisce l’opportunità di
una adeguata formazione, che sia di sostegno non solo per evitare
rischi e disagio ai bambini, ma per aiutare padri e madri a scegliere
e operare per inserirli e “inserirsi nella verità, costruendo
la propria abitazione all’ombra della Sapienza e abitando in essa”[Fides
et ratio, 107].
Indicazioni
bibliografiche
Gli
scritti di Giovanni Maria Bertin
·
L’ideale estetico, Istituto Editoriale
Cisalpino, sd, Varese-Milano: il volume deriva dalle lezioni tenute
nell’anno accademico 1946-47 presso l’Università di Milano, in
cui viene sviluppata, alla luce del problematicismo critico, anche
il rapporto apollineo/dionisiaco, quanto mai attuale [cfr. Gambero].
·
L’idea pedagogica e il principio di
ragione in A. Banfi, Armando editore, Roma, 1961
·
Educazione alla socialità e processo
di formazione, Armando editore, Roma,1962
·
Società in trasformazione e vita educativa,La
Nuova Italia, 1969
·
Esistenzialismo, marxismo e problematicismo,
1970,
·
Crisi educativa e coscienza pedagogica,
1971
·
Educazione e alienazione, 1973
·
La morte di Dio. Ipotesi teologica
e utopia nietzschiana, 1973
·
Il fanciullo montessoriano e l’educazione
infantile, 1975
·
Educazione alla ragione. Lezioni di
pedagogia generale, 1975
·
Educazione al cambiamento, 1976
·
Nietzsche: l’inattuale, idea pedagogica,
1977.
Altri riferimenti bibliografici
·
Orientamenti dell’attività educativa
nelle scuole materne statali, D. M. 3 giugno 1991.
·
Frabboni
Franco, “Sì all’anticipo, a patto di navigare negli
Orientamenti ‘91", in “Infanzia”, 1-2, 2003, pp.2-5.
·
Contini
Mariagrazia, La scomparsa di Giovanni Maria Bertin,
in “Infanzia”, 1-2, 2002, pp. 6-7
Mitscherlich A:, Mendel G., Verso una società senza
padre. Idee per una psicologia sociale. Giustificazione e critica
dell’antiautoritarismo (1963), Feltrinelli, Milano, 1970.
·
Pati
L., La funzione educativa del padre, Vita e Pensiero,
Milano, 1981
·
Pati
Luigi, Educazione e costruzione dell’identità personale,
in “La Famiglia”, 221, 2003,pp. 3-4
·
Maturana
Humberto, Varela Francisco, L’albero della conoscenza,
(1984) Garzanti, Milano, 1992.
·
Gardner
Howard, Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza,
tr. it., Feltrinelli, Milano, 1987.
·
Mortari
Luigina, Aver cura della vita della mente, La Nuova
Italia, Milano, 2002.
·
Demetrio
Duccio, La didattica dell’intelligenza,Franco Angeli,
Milano,1994;
·
Demetrio
Duccio, Per una didattica dell’intelligenza. Il metodo
autobiografico nello sviluppo cognitivo, Franco Angeli, Milano,
1995.
·
Alberici
Aureliana, Imparare sempre nella società conoscitiva.
Dall’educazione degli adulti all’apprendimento nel corso della
vita, Paravia, Torino, 1999.
·
Alberici
Aureliana, (a cura di), Educazione in età adulta, Armando,
Roma, 2000.
·
Forte
Bruno, Teologia e filosofia della storia: il
soggetto e il suo destino, in Procacci S., (a cura di), Filosofia
e teologia della storia di fronte alla sfida del nichilismo, Rubettino,
Catanzaro, 2002.
·
Gambaro
Fabio, Mondo Dioniso, colloquio con Michel Maffesoli,
“L’espresso”, 20 novembre 2003, n. 47, pp.138-142.
·
Giovanni
Paolo II, Fides et ratio. Lettera enciclica circa i
rapporti tra fede e ragione, 14 settembre 1998.
Per
saperne di più
a)
I fondamenti della pedagogia di G.M. Bertin.
L’insegnamento di Giovanni Maria Bertin, coniuga rigore
critico-speculativo antidogmatico, tensione etica al dialogo e
all’impegno sociale, confronto costante con la complessità e la
polivalenza delle istanze dei contesti socioculturali, valorizzando
la specificità e l’interconnessione tra filosofia dell’educazione,
pedagogia, didattica( con attenzione, sin dagli anni Cinquanta,
all’analisi disciplinare per una fondazione della didattica delle
singole materie scolastiche), correlate agli apporti delle scienze
psicologiche e sociologiche.
La sua idea pedagogica, aliena da ogni retorica o enfasi
sentimentale, si caratterizza per due aspetti di particolare rilievo:
l’approccio problematico-fenomenologico all’esperienza educativa,
la prospettiva critico-razionalistica sorretta da una forte tensione
etico-sociale.
b)
Paternità ed educazione alla genitorialità.
Oltre alle indicazioni già fornite, negli atti dei convegni
di Città della Pieve, e nelle riflessioni
sul convegno di Brescia, si invita alle Conferenze che si
terranno sul tema, nel prossimo mese di gennaio sempre a Città
della Pieve.
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