Iniziamo
un cammino nel mondo dei bambini, entrando dal versante difficile e duro
della sofferenza che si origina, e prende forme diverse, nel luogo
che, per eccellenza, dovrebbe essere quello della cura, della
protezione, della formazione e della crescita eticamente e
affettivamente equilibrata: la famiglia, con la sua specificità
generativa della persona, nella relazionalità tra generi, generazioni,
stirpi e con la comunità. Ci accompagnano Pollicino e i suoi fratelli,
simbolo di tutti i bambini smarriti perché la famiglia, il loro papà e
la loro mamma non sono riusciti a superare le difficoltà dell’indigenza,
della povertà, che non è solo quella materiale ma è anche quella
valoriale, e li hanno abbandonati.
Ci troveremo così a incontrare una serie di problematiche, a partire
dalla stessa definizione di infanzia, per toccare l’abbandono e le sue
forme, con riferimento alle relazioni familiari frantumate dalle
situazioni di separazione e di divorzio, con le relative conseguenze nei
figli. Potranno essere sviluppati aspetti specifici, anche in ordine
alla situazione propria dell’Umbria, o con riferimento alle prospettive
con cui la letteratura scientifica più accreditata modellizza il mondo
del familiare con la sua multiforme complessità, operando a diversi
livelli di approfondimento delle specifiche tematiche, in rapporto alla
loro maggiore o minore ampiezza e significatività. Il primo nodo
concettuale è rappresentato da un’immagine, quella del bosco, icona
dello smarrimento e dell’abbandono, che può avere esiti distruttivi, ma
anche di crescita e di maturazione della persona, sia pure attraverso la
prova e la sofferenza.
Se il bosco della fiaba è un luogo immaginario,
in cui i bambini, pur nello smarrimento, non perdono il desiderio di
vivere e la capacità di agire, la storia concreta del vissuto dei
bambini europei, italiani, perugini ci documenta l’esistenza di un luogo
concreto in cui , per quasi duecento anni, dalla seconda metà del
Settecento fino a tutto l’Ottocento, i bambini venivano realmente
abbandonati, non sempre colpevolmente, sia che fossero figli di sole
ragazze-madri, sia che avessero una famiglia ‘regolare’: il brefotrofio.
Era un luogo fisico in cui la lodevole intenzione dell’accoglienza e
della cura veniva vanificata dall’altissima percentuale di mortalità già
nel primo anno di vita.
Nel brefotrofio i bambini perdevano
letteralmente la vita, non solo per la malnutrizione dovuta al contesto
economico-sociale, ma perché, come Bowbly e Spitz hanno documentato, non
riuscivano ad acquisire la voglia e la forza di vivere, perché privati
della relazione con il sorriso e con lo sguardo di un padre e di una
madre, essenziali per costruire la identità personale, e permanevano in
un vuoto, in un’assenza tragicamente espressa nel ciondolare ossessivo e
vano della testa. Per avere un’idea dell’imponenza del fenomeno si può
far riferimento a un solo dato: è stato stimato che ogni anno, in
Italia, negli ultimi quaranta anni dell’Ottocento, furono abbandonati
dai 30.000 ai 40.000 neonati, di cui il 30-40% moriva entro il primo
anno di vita.
Oggi il bosco in cui i bambini vengono smarriti-e
smarriscono se stessi (fino a morirne?) si materializza come conseguenza
della separazione e/o del divorzio della coppia genitoriale. Il bosco
diventa il luogo in cui il bambino, con modalità e intensità
differenziate a seconda delle diverse età e del grado di conflittualità
con cui la separazione dei genitori si è sviluppata ed è stata vissuta,
si trova a confrontarsi con i sensi di colpa, con la paura di perdere
completamente i legami con i genitori, con il senso di impotenza di
fronte a vicende che non comprende ma di cui subisce le conseguenze. Se
guardiamo ai dati relativi ai ‘figli’ coinvolti nelle separazioni
familiari in Italia scopriamo una singolare corrispondenza numerica con
i dati sopra riportati: nell’ultimo decennio del Novecento i figli
coinvolti nelle separazioni sono stati, in media, circa 40.000, in un
crescendo da 35.000 circa nel 1991 a più di 50.000 nel 2000.
Questi
i dati Istat su separazioni e divorzi, per regione, riferiti al
2000:
tab p.123 e
tab. p.125 su tipologia della separazione e affidamento dei figli per regione;
tab. p.128 sui figli per età
Indubbiamente il dato quantitativo sottende una diversità di situazioni
personali e familiari, con gradi diversi di sofferenza e di malessere,
correlati a una serie di variabili su cui potrà essere interessante
ritornare, anche per fare il punto sulla situazione degli studi in
merito. Tuttavia fin da ora un dato può essere sottolineato come comune
denominatore che unifica situazione le più diversificate dei figli che
vivono la separazione e il divorzio dei genitori sia che vivano in
nuclei monogenitoriali in difficoltà o in famiglie “allargate”di cui le
fiction televisive diffondono immagini stereotipe di superficiale
allegria no-problem. I bambini, per crescere come persone nella pienezza
delle proprie potenzialità, hanno bisogno di stabilità, di punti di
riferimento chiari e sicuri e facili da individuare: la separazione dei
genitori viene a privarli di tali punti di riferimento indispensabili
per la costruzione della stessa identità personale e viene a minare il
loro senso di sicurezza e di autostima, intaccandone lo sviluppo
emotivo, cognitivo ed etico. Occorre dunque fare qualcosa.
Spitz e Bowbly hanno dimostrato le tragiche conseguenze della
ospedalizzazione dei bambini nei brefotrofi sulla loro crescita fisica e
mentale. Alle soglie del terzo millennio non possiamo lasciare i nuovi Pollicino a cavarsela da soli con i loro sassolini bianchi. Pur
riconoscendoli capaci di risorse e di parola [cfr. Françoise Dolto], il
dramma della separazione dei genitori è troppo devastante se affrontato
in solitudine, mentre sono possibili vie in cui la sofferenza può essere
rielaborata e avviato il percorso verso un riequilibrio dei vissuti e la
ricomposizione dinamica dell’identità e della dignità personale.
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