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INFANZIA A RISCHIO
IN FAMIGLIE SMARRITE:
QUALE SITUAZIONE?
QUALE PREVENZIONE?
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INFANZIA A RISCHIO
IN FAMIGLIE SMARRITE:
ALCUNE RISPOSTE
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INFANZIA
A RISCHIO IN FAMIGLIE SMARRITE:
ALCUNE RIPOSTE
MONS. CARLO ROCCHETTA
Fondatore del Centro
famiglia "Casa della Tenerezza" Montemorcino (PG) |
In
apertura dell’intervento il relatore dichiara che scopo della sua
proposta di riflessione non è quella di entrare nella questione diretta
del disagio dei minori, analizzandone la natura e le forme, ma di
verificare la reciprocità che sussiste tra ciò che i coniugi sono come
coppia e ciò che i figli sono in grado di essere e diventare. Se, ad
esempio, i genitori realizzano tra loro una comunicazione costantemente
conflittuale o collerica oppure ansiosa, depressa o di disistima
reciproca, sarà molto difficile che i figli non ne risentano e non ne
ricalchino i tratti.
Quasi sempre i figli divengono ciò che i genitori sono tra loro.
Se ciò è vero, i genitori che vogliono essere realmente genitori,
generatori di vita, e vogliono operare per il bene-essere (bene-esse)
dei figli, devono saper mettere al primo posto il loro bene-essere di
coppia, il loro matrimonio. Lavorare per realizzare al meglio la propria
identità coniugale, rispettandosi, amandosi, stimandosi, è la prima via
per essere vicini ai minori, prevenirne i disagi e sostenerli nelle loro
difficoltà di crescita.
Tre sono i concetti base proposti alla riflessione come prevenzione e
cura delle situazioni di smarrimento della coppia coniugale:
1) La fecondità coniugale come crescita amante tra gli sposi.
2) La coppia come “casa” di tenerezza nuziale.
3) La relazione di tenerezza fra gli sposi come forma primaria di
prevenzione dei disagi dei minori.
1. LA FECONDITÀ CONIUGALE COME CRESCITA AMANTE TRA GLI SPOSI
La fecondità degli sposi, prima che un atto meramente procreativo, è un
accadimento di ordine spirituale, legato alla coppia uomo-donna, e
dunque inseparabile dal loro amore e dalla pienezza con cui lo
incarnano. La fecondità, in senso integrale, riguarda anzitutto la
crescita comune dei coniugi e l’affetto che li lega l’un l’altro, prima,
durante e dopo la nascita del figlio. Essere genitori è molto più che
“fare un figlio”: un figlio richiede di essere pensato, desiderato,
prima ancora di essere “concepito”, costruendo quel “noi” coniugale come
“culla vivente” senza cui il figlio non potrebbe sentirsi amato e non
potrebbe imparare ad amare.
Allo stesso modo, il bambino ha diritto a ricevere le migliori
condizioni per il suo sviluppo; il che suppone che la coppia rimanga
profondamente unita, e impari a divenire genitori, giorno per giorno,
vivendo la coniugalità in pienezza. Tutto ciò nel quadro di una “casa”
da edificare insieme e da far trovare ai neonati come luogo accogliente,
sia sotto il profilo psicologico-sociale che sotto quello
affettivo-spirituale; una procreazione in senso pieno, perciò, in se
stessa e nel suo prolungamento.
2. FARSI “CASA” DI TENEREZZA NUZIALE PER I FIGLI
La genitorialità non rappresenta un accadimento fra i tanti o un evento
lasciato all’improvvisazione dei singoli; esige - per sua natura- il
contesto di una coppia che faccia della tenerezza amante l’anima di
tutto il suo vissuto e operi in tutti i modi per costituirsi come spazio
vitale, positivo e propositivo, per i figli; il solo realmente umano e
umanizzante. I figli hanno diritto alla tenerezza dei genitori, come
hanno il diritto all’alimentazione o alla cura della salute, hanno
diritto, cioè, a sentirsi amati e a sentire di amare; un diritto non
codificato nelle leggi, ma inscritto nell’essere stesso di ogni bambino
che viene al mondo e costitutivo di ogni sano e pieno sviluppo.
Farsi “casa” di tenerezza per i figli significa, da parte dei genitori,
rispondere al desiderio più profondo ed evitare -di conseguenza- quei
vuoti affettivi che sono causa di tanti disturbi della personalità. E
non si tratta di un dato di secondo piano, marginale o facoltativo, ma
essenziale. I bambini, è bene ripeterlo, sono, in gran parte, il
riflesso dei genitori, di ciò che essi sono fra loro e
dell’atteggiamento che incarnano nel loro vissuto di coppia.
C’è anche da tenere presente che la tenerezza non si insegna, si
testimonia vivendola, e si vive testimoniandola. I coniugi sono capaci
di iniziare alla tenerezza i propri figli, se l’assumono per primi e
sanno rinnovarsi in essa, ri-innamorandosi ogni giorno, sentendosi amati
e amandosi, La tenerezza si trasmette per osmosi. E tale è il compito
primario della coppia: farsi casa di tenerezza per divenire scuola di
tenerezza per i figli. Quante coppie sono consapevoli di questa loro
grande responsabilità? Quante assolvono a questa missione?
3. LA RELAZIONE DI TENEREZZA FRA GLI SPOSI COME PRIMA FORMA DI
PREVENZIONE DEL DISAGIO DEI MINORI
La comunità coniugale è la prima comunità educante, e lo è nella misura
in cui marito e moglie si impegnano a vivere una relazione di amore, di
tenerezza amante fra loro. La tenerezza, rappresenta un costitutivo
essenziale della personalità, maschile e femminile. Quando manca,
l’individuo è privato della possibilità di un pieno sviluppo della sua
umanità, fino a rasentare il rischio di una crescita disturbata o
parziale. Il sentimento della tenerezza non costituisce un sentimento
marginale della persona; né significa debolezza: appartiene al suo
essere profondo e misura l’humanum,, il grado di umanità raggiunto.
L’opposto è la brutalità e la violenza.
a) La tenerezza della madre come dolcezza. La presenza della
madre è la prima forma di tenerezza di cui il bambino ha bisogno: essa è
una presenza di dolcezza, di grazia. Non favorire questa presenza
significa violare un bisogno fondamentale del neonato e creare, forse,
le premesse per esiti che potranno essere gravi e persino drammatici nel
futuro di quel bambino. Il femminile della madre è essenziale per ogni
persona ed esso si offre come dono di sensibilità amorevole, perché il
bambino sia in grado di sviluppare in sé quell’area di sensibilità, di
dolcezza, racchiusa in ogni essere umano.
La tenerezza della madre non può essere considerata come un qualcosa di
facoltativo, che può esserci o non esserci, ma come un vero e proprio
diritto nativo.
Il magistero della Chiesa è intervenuto più volte sul problema,
rifiutando l’idea che la realizzazione della donna possa consistere
nell’evadere dalla vita della famiglia o nel cercarla al di fuori.
Afferma con coraggio la Familiaris Consortio:
“La vera promozione della donna esige che sia chiaramente riconosciuto
il valore del suo compito materno e familiare nei confronti di tutti gli
altri compiti pubblici e di tutte le altre funzioni”(FC23).
Il “compito materno e familiare” è un valore, e va riconosciuto come
tale. Naturalmente “ciò esige che la società crei e sviluppi le
condizioni adatte per il lavoro domestico” (FC 23), con gli opportuni
sussidi e politiche familiari che credano alla famiglia come primo
soggetto sociale, a cui è legato il futuro dell’umanità, e operino con
leggi che tutelino il servizio che la donna offre alla vita e alle nuove
generazioni.
b) La tenerezza del padre come sicurezza. La presenza paterna
garantisce quell’animus della tenerezza, quel “maschile” che consente di
crescere nella fermezza e consente di superare le fragilità tipiche
dell’infanzia. E non basta una presenza fisica; è indispensabile una
presenza personale, reale e relazionale: è grazie ad essa che il figlio
si sente accolto e può rispondere con fiducia all’amore che gli viene
offerto. La questione della presenza del padre è rilevante: sempre più
si parla oggi di una specifica categoria di figli, (i fatherless
children, i figli senza padre): tutta una categoria di bambini e di
bambine che vivono da “orfani di padre vivo”.
È indubbio che questa situazione rappresenti una delle piaghe più gravi
della nostra società. A un gran numero di figli viene a mancare il
fondamentale riferimento della figura paterna. Ora, “essere privati del
padre” -dal punto di vista psicanalitico- equivale a crescere “senza
spina dorsale”, privi di quella forza di carattere che consente di
affrontare la vita con la necessaria sicurezza, con la sufficiente forza
e stabilità.
Ci si può domandare se tanti problemi (dall’omosessualità alla
tossicodipendenza, dall’anoressia e alla bulimia, fino alle innumerevoli
forme di violenza, di disadattamento, di suicidi giovanili e così via).
Non siano da collegare -direttamente o indirettamente- a questa “assenza
di una presenza”, la morte del padre. Tutta una generazione di giovani è
segnata oggi da essa. L’uccisione del padre, in atto nella cultura
occidentale, è certamente uno dei dati più inquietanti del futuro
dell’umanità.
Nasce da questa consapevolezza la viva preoccupazione della Chiesa,
manifestata ad esempio nella Familiaris Consortio, dove si afferma: “é
necessario adoperarsi perché si recuperi socialmente la convinzione che
il posto e il compito del padre nella famiglia e per la famiglia sono di
un’importanza unica e insostituibile” (FC 25).
4. CONCLUSIONE
Solo quando si realizza il transfert di tenerezza delle due figure,
della madre e del padre, fra loro e con i figli, si può parlare di
un’autentica genitorialità; una genitorialità che non crei dipendenze,
ma aiuti i figli a diventare il meglio di loro stessi e a camminare con
le loro gambe.
Sarà bene ricordare che i genitori non sono i proprietari dei figli, ma
custodi. Non è corretto dire, come si fa comunemente, che i genitori
“fanno” i figli. I genitori no “fanno” i figli, ma li ricevono da Dio e
li ricevono in affidamento, con il compito di proteggerli, difenderli,
aiutarli a crescere e contribuire a far discernere il progetto di Dio su
di loro; ma non possono sostituirsi o sentirsi despoti del loro futuro.
E tale è il senso della genitorialità: mettersi al servizio della
crescita integrale, umana e cristiana, dei figli ed educarli a
camminare, responsabilmente, con le proprie gambe, aiutandoli a
scegliere il bene e a rifiutare il male. I veri genitori non sono coloro
che rendono i figli dipendenti da loro o impediscono loro di crescere
nella libertà e nella consapevolezza della propria autonomia o li
conducono ad appoggiarsi a sé al punto da non farli divenire adulti, ma
sanno orientarli a una matura autodeterminazione e li liberano dalla
tendenza ad appoggiarsi a loro.
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PER
SAPERNE DI PIU' |
LA “CASA DELLA TENEREZZA”
Mons. Carlo Rocchetta è l’ideatore e la guida del Centro Familiare
“Casa della Tenerezza”, che sta prendendo forma, sia dal punto di vista
strutturale che organizzativo, con l’approvazione dell’Arcivescovo,
sulla collina di Montemorcino, a Perugia, dove ha sede. (tel. 075
45757).
L’identità del Centro è presentata nel Libro di vita, in cui “si
qualifica come Comunità evangelica: associazione mista di fedeli,
famiglia di famiglie e di singoli/e, fondata sulla comunione trinitaria
e impegnata a vivere la sequela del Signore Gesù […] per divenire […]
una profezia del disegno di Dio sulla coppia e la famiglia”.
Si tratta di una associazione:
“di condivisione stabile fra sposi, coniugi soli e famiglie,
laici/laiche, persone consacrate, presbiteri e diaconi;
di accoglienza temporanea per coppie, con particolare attenzione a
quelle in difficoltà o in fase di discernimento, ai coniugi soli, ai
figli, ai separati e ai divorziati-risposati, per far sentire tutti
accolti dall’infinita paternità di Dio e dalla maternità della Chiesa e
offrire un’ospitalità nel Signore colma di affetto (Rm 15, 7);
di cammino spirituale per bambini/e e ragazzi/e verso l’incontro con
Dio, la riscoperta della vita come vocazione e l’esperienza viva della
fede” [Libro di vita, p. 8].
Attualmente nove coppie di sposi e i loro figli, diciotto bambini, hanno
iniziato il cammino di formazione spirituale come famiglia.
BIBLIOGRAFIA [FORNITA DAL RELATORE]
ROCCHETTA C., Teologia della tenerezza, EDB, Bologna, 2001.
ROCCHETTA C., Il sacramento della coppia, EDB, Bologna, 2001.
ROCCHETTA C., Invocazione nel nome di Gesù, EDB, Bologna, 2002.
ROCCHETTA C., Viaggio nella tenerezza nuziale, EDB, Bologna, 2003 [sarà
nelle librerie a settembre]
Libro di vita. Centro familiare Casa della tenerezza, Cartagraf, Città
di Castello, 2003.
HALEY J., Verso una teoria dei sistemi patologici, in ZUK G.H.,
BOSZORMENYI-NAGY, (a cura di),
La famiglia, patologia e terapia, Roma, 1970.
GILLINI G., ZATTONI M., Genitori e figli: le strade del cuore, in
“Dialoghi”. Per un progetto culturale cristianamente ispirato. III/1
(2003) 45. |
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