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Atti dei convegni
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INFANZIA A RISCHIO
IN FAMIGLIE SMARRITE:
QUALE SITUAZIONE?
QUALE PREVENZIONE?
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INFANZIA A RISCHIO
IN FAMIGLIE SMARRITE:
ALCUNE RISPOSTE
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INFANZIA
A RISCHIO IN FAMIGLIE SMARRITE:
QUALE SITUAZIONE? QUALE PREVENZIONE?
FRANCESCA BARONE
Docente di Bioetica,
mediatore familiare, responsabile del Consultorio
familiare diocesano "La dimora" di Perugia |
L’intervento
della dottoressa Barone ha descritto la complessità e peculiarità delle
relazioni familiari, fondative dell’identità psicofisica del “figlio”,
ma anche fonte di gravi distorsioni evolutive, fino a giungere anche
alla patologia, quando l’unità familiare si spezza o quando i genitori
non sono in grado si adempiere alla propria funzione di cura e di
educazione e la famiglia diventa luogo di disagio per i bambini,
mettendone a rischio l’equilibrato sviluppo personale. Un aiuto alle
famiglie che soffrono può venire dalla Comunità, che offre una serie di
interventi, che dovrebbero integrarsi in rete, a livello giudiziario,
psicoterapeutico, socioassistenziale. Tra le forme più nuove si segnala
la mediazione familiare, finalizzata a gestire i conflitti e a
ristabilire relazioni costruttive e condivise tra i coniugi separati,
soprattutto per tutelare i figli.
1. LA FAMIGLIA, UNITÀ DINAMICA E PECULIARE, E LE SUE FORME DI
SOFFERENZA
L’intervento si apre con una precisazione: la famiglia è una unità
dinamica, caratterizzata da legami e relazioni peculiari –coniugali,
genitoriale, parentali- che evolvono nell’arco del suo “ciclo vitale”.
Il disagio peggiore, sottolinea la relatrice, sorretta anche dalla
propria esperienza di mediatrice familiare, è quello invisibile delle
famiglie apparentemente “normali”, in cui i conflitti sono striscianti,
le separazioni non sono formalizzate, i lutti non sono elaborati, gli
affetti non sono evoluti: è questo il plafond per il non sviluppo dei
figli.
Occorre distinguere tra sofferenze e conflitti conseguenti a eventi che
fanno parte del normale e fisiologico ciclo di vita della famiglia e
come tali sono vissuti, tanto da poter evolvere in fattore di crescita e
di unione, e quei comportamenti, correlati a smarrimento del senso
dell’essere famiglia e dei valori su cui quotidianamente costruirla, che
portano a decadimento e confusione di ruoli e di funzioni coniugali e
genitoriali, con conseguente smarrimento per i figli, che necessitano di
punti di riferimento etico-affettivi sicuri e fondati sulla verità.
Le forme di sofferenza familiare di cui si parla pregiudicano il
corretto divenire personale e comunitario. Conflitti insanabili tra
coniugi, tra genitori e figli, separazioni e divorzi (sia
emotivo-affettivi sia concreti), indipendentemente dai modi temporali e
dalle cause che li producono, sono fattori di possibile annichilimento e
disequilibrio personale e familiare, giacchè sconvolgono il progetto di
vita elaborato e perseguito. Lo stato di profonda sofferenza impedisce
ai componenti della famiglia di situarsi correttamente nel tempo e nello
spazio domestici. Si assiste spesso a forme di apatia comportamentale
con membri che, trascinandosi stancamente nel tran tran giornaliero,
alternano disperazione ed estraneità verso fatti ed avvenimenti,
indifferenza e timore nei confronti dell’esistenza.
Lo stato di profonda sofferenza impedisce alla famiglia di svilupparsi
correttamente, di avere relazioni corrette: il presente si svuota di
significati, il passato diventa fonte di rimpianto, il futuro si tinge
d’ansia ed è fonte di paura di vivere. Manca il senso della propria
storia, manca il progetto sul futuro. I vari livelli di sofferenza,
quale che sia l’intensità, si mostrano sotto forma di disagio
relazionale. Le singole personalità e la famiglia intera perdono il
senso della propria storia, le coordinate valoriali del loro divenire
risultano incapaci di ordinare nuovi schemi di dialogo.
2. I BISOGNI EVOLUTIVI DEI FIGLI DISATTESI DA CONFLITTUALITÀ E
SEPARAZIONI FAMILIARI
Il primo diritto del bambino, e la prima funzione della famiglia, sono
relativi al senso di appartenenza:il bambino deve imparare, e i genitori
devono trasmettere, che egli “appartiene” a un padre e a una madre, che
sono rispettivamente suo padre e sua madre, che lo rendono partecipe,
come soggetto, all’universo degli uomini, che lo inseriscono in una
discendenza e in una genealogia, di cui fanno parte i suoi nonni paterni
e materni.
I bambini e gli adolescenti hanno bisogno di punti di riferimento
sicuri, di sentirsi amati e ascoltati, di ricevere cure che testimoniano
una accettazione incondizionata che deve iniziare già prima della
nascita. Ricerche su bambini disturbati hanno scoperto che le radici del
disagio potevano essere ricondotte alla fase della gravidanza e alle
prime fasi di vita del bambino: erano bambini fin da allora assenti
dalla mente dei genitori, così come sono assenti dalla vita dei genitori
che si separano, che non recepiscono i bisogni evolutivi e la sofferenza
dei figli.
Se la figura genitoriale è carente, anche la costruzione del sé risulta
deficitaria; può diventare patogena, fino a condurre alla morte. Quando
i genitori non si impegnano correttamente nel loro ruolo, o vi sono
deficit nella loro funzione genitoriale, accadono disfunzioni rilevanti
nell’evoluzione del bambino, il quale subisce le conseguenze di una
rottura precoce del legame, tanto più gravi quando si presentano nel
periodo in cui si costituiscono i meccanismi di attaccamento.
3. I RISCHI PRODOTTI DALLE FAMIGLIE SPEZZATE O ALLARGATE
La tipologia delle conseguenze del frantumarsi della famiglia, fino a
ridursi a relazione monogenitoriale, o, al contrario, il ricomporsi di
frammenti di nuclei familiari in famiglie allargate, è stata oggetto di
studi e ricerche specifiche. In sintesi si riconosce che le conseguenze,
nei figli, ricadono nel campo della stima di sé, dello sviluppo
cognitivo, della vita di relazione, perché il genitore che rimane solo
(in genere la madre) , diventa iperprotettivo, oppure tende a impedire
al figlio di parlare della propria situazione, o lo utilizza come
strumento nel conflitto con l’altro coniuge o come complice nelle
trasgressioni ad alcune leggi fondamentali.
Alcuni tipi di comportamento di genitori, come l’appropriazione del
bambino, l’investimento esclusivamente narcisistico del genitore, o il
suo decadere nell’abulia, hanno un’influenza deplorevole sulla psiche
del bambino. Un altro tipo di rischio viene dalle cosiddette famiglie
allargate, in cui i bambini vivono e subiscono la confusione dei ruoli e
delle funzioni. Si tratta di errori che il bambino porta con sé nell’età
adulta, con il rischio di riprodurre, a propria volta, gli errori
commessi dai suoi genitori. Il suo accesso alla genitorialità è
condizionato in modo particolare dalla relazione coni propri genitori.
Coloro che non vi accedono possono soffrire di una mancanza di un vero
supporto per questa relazione, oppure di un riferimento scadente.
Con riferimento all’età del figlio al momento della separazione dei
genitori, ricerche d’area statunitense (Università del Michigan) hanno
evidenziato che, per i bambini fino a due anni e mezzo, gli effetti
negativi si fanno sentire nel lungo periodo, con disturbi
nell’adolescenza, anche non aggressivi, problemi scolastici e di
strutturazione difficoltosa della personalità (per esempio, complesso
d’Edipo non risolto); nei bambini da 3 a 6 anni si registra aggressività
verso i genitori e verso fratelli o sorelle; dopo i 6 anni si segnalano
il rifiuto della scuola e problemi scolastici.
La sociologa Eveline Sullerot, nei suoi studi sulla tendenza
antisociale, cita numerose ricerche che hanno rilevato come il tasso di
delinquenza tra i ragazzi figli di divorziati o figli di ragazze-madri
fosse più del doppio di quello dei ragazzi dello stesso ambiente, ma con
entrambi i genitori. All’origine della tendenza antisociale sta una
personalità immatura e disturbata, caratterizzata da incapacità di
anticipare gli avvenimenti, sottomissione alla pulsione (il soggetto si
impossessa di ciò che piace immediatamente, senza rifletter), incapacità
a inserirsi nel tessuto sociale attraverso un lavoro stabile, con
frequenti casi di abbandono dopo pochi giorni, sottostima dell’atto
delinquenziale, che assume un carattere ludico o rivendicativo, cattiva
percezione della realtà, per cui il ragazzo che delinque ritiene
che”tutto andrà bene”.
4. LA FUNZIONE DEL PADRE
L’importanza di un rapporto stretto fin dalla nascita vale anche per il
padre, tanto che oggi si parla di psicologia fetale in cui è importante
il ruolo del padre. Tutti gli studi scientifici sull’interazione
triangolare bambino-madre-padre hanno evidenziato la necessità e
l’originalità del ruolo paterno: padre e madre hanno due funzioni
diverse, che devono integrarsi, mantenendo la propria specificità.. È
quindi necessario che il padre compaia presto accanto al figlio, ma non
al posto della madre, non per trasformarsi in un “mammo”. Nei casi di
separazione precoce, un rischio eventuale è proprio quello del “padre
materno”, che vive la genitorialità come una madre superprotettiva che
cerca di eliminare rischi e contatti per il bambino.
5. CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE. LA MEDIAZIONE FAMILIARE
Se le relazioni tra genitori e figli adolescenti sono già difficili
nella “normalità”, diventano ancor più complesse e difficoltose nelle
famiglie smarrite, in quelle situazioni critiche rappresentate da
genitori separati, i quali sono, per la maggior parte dei casi,
portatori di aspettative contraddittorie , che diventano ulteriori
fattori di rischio per l’equilibrio psicologico dei figli adolescenti,i
quali, già di per sé combattuti tra bisogno di dipendenza e bisogno di
autonomia, si trovano anche presi in mezzo tra i conflitti e le
rivendicazioni dei genitori separati.
Su tali motivi si innesta il richiamo all’educazione per superare lo
stato di precarietà, per far recuperare fiducia e speranza, per
ricostruire un’immagine positiva della relazione familiare e del sé
personale. Si scopre, così, il ruolo della Comunità per sostenere, nella
loro specifica funzione educativa, le famiglie sofferenti e smarrite,
con interventi differenziati, fino a forme istituzionali di aiuto a
gestire la separazione stessa, senza negare il valore dei legami, in
particolare quello genitoriale.
Occorre fare qualcosa, che non può non passare attraverso la riscoperta
della Comunità, scuola, parrocchia, oratorio, servizi sociali, come
fonte di sostegno e luogo di intervento concreto, rivolto non solo ai
genitori, ma anche ai bambini e agli adolescenti: Per esempio, sarebbe
necessario poter entrare nelle scuole per studiare l’apatia affettiva
dei giovani e intervenire con una educazione all’affettività adeguata,
che possa curare le ferite inferte dalla famiglia smarrita.
Per le famiglie in crisi, accanto al ricorso alla giustizia dei
tribunali, che, come ha autorevolmente affermato il procuratore Cenci,
per lo più si limita a gestire la separazione nei suoi aspetti
patrimoniali, in questi ultimi anni è andata affermandosi la “mediazione
familiare” come strumento per la composizione dei conflitti familiari
tenendo conto dei bisogni di ciascun membro della famiglia e più in
particolare dei figli (art. 3 del Codice deontologico della mediazione
familiare ).
La mediazione familiare, su richiesta dei soggetti, è rivolta a coloro
che stanno separandosi o sono già separati, ed è finalizzata a
recuperare il legame genitoriale per la salvaguardia dei figlio, oppure,
in assenza de figli, per gestire il conflitto coniugale e recuperare
relazioni accettabili. È finalizzata a far abbassare il livello del
conflitto, promuovere la comunicazione tra i coniugi in contrasto e
renderli protagonisti, in prima persona, delle scelte relative alla
composizione dei dissidi e alla tutela dei figli.
Nella situazione attuale, che registra non solo l’aumento delle
separazioni e dei divorzi, ma soprattutto un aumento della
conflittualità che giunge anche a forme di omicidio e suicidio [cfr.
dati Eurispes nei quotidiani dell’1 giugno], la mediazione familiare
diventa sempre più una necessità: soprattutto, è necessaria una
mediazione familiare di orientamento cattolico, che ha come fulcro il
rispetto della persona e la salvaguardia di relazioni “generative” di
contro a quelle “degenerative” prodotte dai conflitti. Il personalismo
cristiano e le scienze psicologiche oggi si trovano singolarmente in
consonanza nel richiedere e promuovere il rispetto della persona nella
sua totalità e unicità. Ciò è, a un tempo, la conferma che quando si è
nella verità le cose coincidono, e la condanna di tante falsità che
diventano pseudoscienza e poi ideologia.
La mediazione familiare di ispirazione cristiana ha, dunque, notevoli e
fondamentali spazi per orientare le coscienze a instaurare relazioni
positive con l’altro, sia esso il figlio, il coniuge, il genitore, ma
deve trovare una corretta e adeguata rispondenza valoriale “preventiva”
in una Pastorale articolata, che non si limita ai Corsi per i fidanzati,
ma si preoccupa della formazione di quanti operano con bambini e
adolescenti (per esempio, i Catechisti, e il mondo della scuola in
generale), e continua, poi, con una altrettanto coerente Pastorale per
le famiglie.
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INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE
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CANEVELLI F., LUCARDI M, La mediazione familiare. Dalla rottura del
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LA MEDIAZIONE FAMILIARE
La mediazione familiare, su richiesta dei soggetti, è rivolta a
coloro che stanno separandosi o sono già separati, con lo scopo di
recuperare il legame genitoriale per la salvaguardia del figlio, oppure,
in assenza di figli, aiutare a gestire il conflitto coniugale e
recuperare relazioni accettabili.
È finalizzata a far abbassare il livello del conflitto, promuovere la
comunicazione tra i coniugi in contrasto e renderli protagonisti, in
prima persona, delle scelte relative alla composizione dei dissidi e
alla tutela dei figli.
La mediazione familiare non è una né una consulenza legale, né una
consulenza coniugale, nè una terapia individuale o di coppia, ma una
tecnica in cui competenze psicologiche e psicoterapeutiche sono messe al
servizio della relazione tra le persone, tecnica che si sviluppa secondo
diversi modelli correlati all’orientamento psicosociale degli operatori.
Prevede sedute con il Mediatore familiare (figura professionale di
recente riconoscimento a livello europeo), di un’ora-un’ora e mezzo, da
un minimo di tre a un massimo di 10-12, senza la presenza dei figli.
I differenti modelli di Mediazione familiare possono essere ricondotte a
due grandi tipologie generali.
a). Il modello della mediazione globale, che può farsi carico anche di
comporre il conflitto circa la divisione dei beni e delle cose, per far
scoprire che il valore simbolico attribuito alle “cose” nasconde i veri
motivi del conflitto o smaschera false separazioni “consensuali”,
svelando la reciproca lotta per il potere dell’uno sull’altro coniuge
(Per esempio, può far accettare che un nuovo compagno viva con la madre
accanto al figlio, senza intaccare il potere di padre dell’ex coniuge).
b). Il modello di mediazione del solo conflitto, che si “limita” a far
definire dai coniugi un calendario condiviso per gli orari di visita ai
figli, per le festività , le vacanze, l’istruzione, ecc. .
La situazione attuale vede non solo l’aumento delle separazioni e dei
divorzi, ma soprattutto vede l’aumento della conflittualità. Questo
accade anche perché gli avvocati e i giudici firmano separazioni
“consensuali” che sono tali solo in apparenza, perché c’è sempre una
parte perdente, che poi cerca rivalse o soccorso.
Il Mediatore familiare deve, quindi, avere un franco rapporto con gli
avvocati per poter portare a buon fine il proprio compito.
La mediazione familiare diventa sempre più una necessità; soprattutto, è
necessaria una mediazione familiare di orientamento cattolico, che ha
come fulcro il rispetto della persona e la salvaguardia di relazioni
“generative” di contro a quelle “degenerative” prodotte dai conflitti.
Il personalismo cristiano e le scienze psicologiche oggi si trovano
singolarmente in consonanza nel richiedere e promuovere il rispetto
della persona nella sua totalità e unicità. Ciò è, a un tempo, la
conferma che quando si è nella verità le cose coincidono, e la condanna
di tante falsità che diventano pseudoscienza e poi ideologia.
DALLA CRONACA
Titoli dei quotidiani di domenica 1 giugno 2003, a commento dei dati
dell’ultima ricerca dell’Osservatorio Eurispes- Associazione Ex
[coniugi], relativi al periodo gennaio-aprile 2003:
1 omicidio ogni 2 giorni nelle coppie o nelle famiglie italiane.
49omicidi, 62 vittime, 5 tentati omicidi.
34 delitti maturati nell’ambito di coppia, 16 quelli attinenti alla
sfera familiare e parentale, 4 gli infanticidi.
18 omicidi su 34 si verificano nell’ambito coniugale.
Gli autori dei delitti di coppia: 30 uomini, (età 31-51 anni), 12 gli
omicidi-suicidi. 4 donne (età 31-41 anni).
Da “la Repubblica” [cinque mezze colonne a p.22; testo su mezza colonna
più tre spezzoni, illustrato da una foto del delitto di Milano, con
agenti che stendono il telo per trasportare i cadaveri]:
Bilancio Eurispes: le vittime, spesso donne in condizioni economiche
precarie. Il killer: maschio fra i 30 e i 50 anni.
L’assassino è dentro casa. Tre omicidi a settimana, aumentano i delitti
di coppia.
Gli esperti: “dall’esame dei numeri il matrimonio sembra il tipo di
relazione più esposta al delitto.
Milano, due i mariti-killer solo negli ultimi tre giorni.
Dal “Corriere dell’Umbria” [titolo a sei colonne, testo per metà di
pagina 7, con tabella riassuntiva dei dati illustrata da una pistola].
Indagine dell’osservatorio Eurispes-Associazione Ex su quarantanove casi
di omicidio.
Il conflitto di coppia istiga al delitto. Matrimonio: tipo di relazione
più esposta al fatto di sangue.
Da “La Nazione” [due intere pagine, pp. 2 e 3]
Primo piano: l’inchiesta. Il dossier: i delitti di coppia, gli
assassini, le vittime. (tabelle) gli omicidi per regione. Specchietti
riassuntivi delle cifre e degli 8 delitti avvenuti in maggio.
Pagina 2:
Il Criminologo/ Parla Francesco Bruno. “Coniugi troppo violenti?
Aiutiamoli a divorziare”
[titolo a quattro colonne a centro pagina, corredato dalla foto a figura
intera del noto criminologo].
Il commento.Quei drammi si potrebbero prevenire. di Maria Rita Parsi,
[cinque colonne fondo pagina , con fototessera della nota psicologa].
Pagina 3:
Eurispes/ Ogni due giorni un “delitto domestico”. “Amore mio t’ammazzo”.
Il killer abita in famiglia.
La furia omicida colpisce tra i coniugi più che tra i separati, i
divorziati o i conviventi.
Nella maggioranza dei casi è l’uomo a uccidere sia la moglie che altri
componenti della famiglia
I ricercatori: “Tragedie che minano la società”.
[a tutta pagina].
Come valutare questi titoli?
Quale messaggio veicolano?
Quali criteri valoriali sottendono?
→
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